Terapie alternative offerte gratuitamente alla ASL di Bologna (da “La Stampa, 24 novembre 2010, p.19).
Finalmente. Da oggi naturopati, nutrizionisti, massaggiatori olistici, floriterapeuti, cristalloterapeuti, cromoterapeuti, guaritori di ogni tipo potranno sperare in un loro concreto futuro professionale, alla luce del sole e confortato, se non dall’evidenza scientifica, almeno da quella della parte più creativa della medicina.
In realtà, come si evince dalla lettura dell’articolo in questione, l’idea di somministrare cure “etniche”, cioè legate alle tradizioni culturali di popoli stranieri (praticamente dell’estremo oriente) da parte di medici occidentali, è giustificata solo dal fatto che, in questo modo, si offre a persone malate il conforto puramente psicologico di metodi di cura che richiamano le loro tradizioni, non certo perché questi siano stati mai dimostrati utili nella cura di alcunchè. L’effetto placebo, quindi, ufficialmente e sapientemente mescolato alla celebrazione di pratiche e rituali privi di valore terapeutico in senso stretto, ma carichi di significato psicologico. Peccato che, in un periodo storico in cui Paesi come l’India, la Cina, o alcuni sudamericani, stanno prepotentemente facendo propri i principi e le strutture normative, economiche, sociali e culturali dell’occidente, ci sia ancora chi, per un malinteso spirito di accoglienza e di personalizzazione delle cure mediche, pensi davvero che possa essere utile somministrare cure inutili a persone che vengono da paesi che proprio quelle cure stanno abbandonando per manifesta inutilità. Il dibattito sull’importanza, nel mondo globalizzato, della religione e della permanenza di istanze metafisiche è accesissimo, ma il fatto che la superstizione e l’attrazione per la magia possano avere un ruolo anche in una società che tende all’applicazione della ragione e del metodo scientifico in ogni aspetto della vita sociale non significa che si debbano assecondare gli interessi delle aziende che su queste superstizioni sopravvivono (come quelle che producono “farmaci omeopatici o antroposofici”), o di medici che trovano certamente più facile assecondare l’ignoranza dei loro pazienti con cure inefficaci, prestandole solo a condizione che essi lamentino disturbi per i quali non è necessario intervenire con cure più serie. L’articolo in questione, infatti, non chiarisce che le cure sperimentali prestate si riferiscono esclusivamente a disturbi lievi, passeggeri, stagionali. Nessuno è così ingenuo da pensare che da oggi, a Bologna, si possa curare una polmonite, il diabete, una insufficienza cardiaca, con agopuntura e farmaci antroposofici, o che le prestazioni di pronto soccorso siano fornite da medici ayurvedici. Insomma, se qualche medico incapace di affrontare la dura realtà della ricerca e dell’applicazione di cure scientifiche preferisce costruirsi una nicchia di “prestigio” curando solo lievi disturbi, anziché studiare e applicarsi per anni nella pratica della neurochirurgia, questa sperimentazione giunge a proposito. Nessuno, però, sottolinea il fatto che simili sperimentazioni sono sempre state condotte (motivate da interessi economici o personali e di categoria) in diversi paesi occidentali, e tutte sono rimaste a livello di sperimentazione, senza mai produrre alcun risultato degno di nota. A meno che ci sia sfuggita la notizia che una qualche malattia sia mai stata curata efficacemente con cure alternative, al punto da rendere meno utile ed efficace la cura scientifica che era stata utilizzata fino a quel momento, e che quindi qualche premio Nobel sia stato assegnato a qualcuno di questi eminenti ricercatori “alternativi” per qualche scoperta degna di nota..
Resta il fatto che le cure “alternative” sono prestate all’interno di una attrezzatissima struttura sanitaria impostata, ovviamente, sul sistema di cura allopatico e scientifico occidentale, e che coloro che richiedono cure alternative a quelle della medicina “ufficiale” sono pur sempre visitati da medici allopatici occidentali, sottoposti a visite ed esami clinici di tipo scientifico occidentale, e poi, se la cura del disturbo, non grave, può essere lasciata all’azione di farmaci o tecniche prive di efficacia, ma comunque non nocive, si attende la remissione dei sintomi secondo i naturali processi di autoriparazione dell’organismo. Altrimenti, se il disturbo è grave, o se le cure alternative non producessero effetto, si ricorrerà sempre, naturalmente, alle cure serie e scientificamente sperimentate.
La mia opinione personale è che sia eticamente e socialmente riprovevole destinare risorse finanziarie, ma specialmente di tempo e di professionalità, somministrando cure prive di solidi riscontri scientifici, anziché le ben più collaudate cure di tipo psicologico, anche perché viene da chiedersi se questo ricorso a pratiche magiche, sconfessate dal buon senso e dalla scienza, non possa estendersi anche all’urinoterapia, all’astrologia o alla danza rituale intorno al totem del villaggio cui appartengano gli antenati del paziente.
Se la classe medica non sentisse il bisogno di rinnovare e migliorare la sua immagine concedendo questi ridicoli e controproducenti spazi alla superstizione e alla magia, potrebbe accettare l’idea che la cura psicologica è probabilmente quella che più di ogni altra potrebbe essere d’aiuto a questi pazienti. Ma, probabilmente, questa concessione determinerebbe una riduzione del suo prestigio e del suo potere assoluto. Meglio un pò di agopuntura, purché praticata da medici, tanto male non fa.
Rimane da osservare il fatto che la classe medica, ancora una volta, sta tagliando fuori tutti coloro che non siano medici allopatici regolarmente abilitati dalla possibilità di somministrare questo tipo di cure. Il che significa, ancora una volta, che le migliaia di naturopati, massaggiatori “olistici” e guaritori dilettanti gioiranno per questa notizia, senza accorgersi che essa dimostra soltanto come la cura della salute e delle malattie resta sempre e comunque prerogativa esclusiva della classe medica, la quale, come anche questo episodio dimostra, confonde la seria ricerca scientifica con la cura degli interessi della sua categoria.
