KINESIOLOGIA. Una tecnica inutile o una bufala ben organizzata?
Kinesiologia: quali meccanismi mentali conducono una persona a dedicare più di cinque minuti del suo tempo a una tecnica astrusa, irrazionale, complicatissima, e specialmente completamente inutile?
La kinesiologia è una disciplina piuttosto misteriosa, variamente definita come kinesiologia viscero-riflessa, kinesiologia olistica, kinesiologia integrata, kinesiologia transazionale e altre circa ottanta denominazioni. Pare che le sue origini siano da ricercare nell’opera di uno sconosciuto chiropratico americano (non medico) del secolo scorso, tal Goodheart, che è riuscito a fondere insieme la tecnica del massaggio, un po’ di osteopatia, la medicina tradizionale cinese e i suoi immaginari meridiani, unita alle patetiche trovate di un altro personaggio, privo di formazione medica, l’osteopata Chapman, che si è inventato di sana pianta una serie di punti riflessi che, se stimolati, causerebbero un non meglio precisato riequilibrio.
Nella kinesiologia è oggi possibile far rientrare di tutto, compresa, specialmente, la lettura del pensiero e dell’inconscio. Ma procediamo con ordine e con estrema circospezione, perché il mondo in cui questa disciplina ci introduce è sottoposto a regole incomprensibili per chi si ostini a utilizzare il pensiero logico e scientifico.
Nella “kinesiologia applicata”, infatti, il principio fondamentale è quello che la salute dipenderebbe da una condizione di armonia tra le sue diverse componenti (chimica, fisica e mentale) (Holdway, 1999 p.14). Questa armonia può essere valutata, misurata e, se turbata, ripristinata attraverso una serie di test muscolari. Ci sembra quasi superfluo sottolineare come i presupposti teoretici della disciplina siano praticamente tutti qui, costituiti da poche e rozze semplificazioni e classificazioni di ciò su cui scienza e filosofia si interrogano da secoli.
In pratica, secondo un protocollo privo di ogni senso logico e scientifico, si tratta di registrare manualmente la forza espressa da diversi muscoli: si chiede al paziente, cioè, di opporre una certa resistenza alla spinta che la mano del terapeuta imprime al suo muscolo. Se la resistenza c’è, secondo una valutazione insindacabile del solo terapeuta, tutto bene. Se non c’è si comincia una serie assurda di rituali di riequilibrio, affascinanti nella loro assoluta assurdità. L’aspetto che rende questa disciplina di sicuro fascino per psicologi e neuroscienziati interessati ad analizzare come il pensiero magico possa mascherarsi da pratica paramedica, è la logica infantile, egocentrica e animistica su cui si regge. Secondo Piaget “i bambini possono attribuire sentimenti e intenzioni agli oggetti inanimati: la luna li segue, l’orsacchiotto ha mal di testa, il tavolo tira calci” . Piaget definì questo tipo di pensiero “animistico”.
Inoltre, nello stadio cosiddetto preoperatorio, il bambino non riesce a svincolarsi dalla propria prospettiva e incontra difficoltà nel comprendere che gli altri possono avere un punto di vista diverso dal suo (egocentrismo). Così, attraverso questa regressione a uno stadio mentale infantile, paziente e terapeuta possono credere davvero che i diversi organi del corpo comprendano le nostre intenzioni, comunichino col cervello, e il cervello con i muscoli testati, proprio come farebbero gli esseri umani.
Il processo mentale che sottende questa affascinante credenza presuppone che il nostro corpo, i suoi organi e tessuti comprendano perfettamente, secondo cioè un’ottica egocentrica e animistica, ciò che la mente del paziente intende comunicare. Per valutare per esempio la condizione di salute dei diversi organi, secondo la kinesiologia è sufficiente farli toccare dallo stesso paziente mentre il terapeuta gli testa la resistenza del braccio. Se questo cede, l’organo è in squilibrio. Ponendo la sua mano sul corpo vestito, in corrispondenza del fegato, per esempio, quest’ultimo (il fegato) dovrebbe comprendere che il proprietario della mano e del fegato in questione intende segnalare al corpo del paziente che il terapista intende sapere quale sia la condizione del fegato stesso, e il sistema nervoso centrale dovrebbe rispondere, come ogni addestrato interlocutore, segnalando al muscolo in esame di perdere o fare forza in risposta alla stimolazione del chinesiologo. Si noti che, in realtà, la mano è ovviamente posta su una parte del corpo in corrispondenza e al di sotto della quale, oltre al fegato, incontriamo i vestiti del paziente, la pelle, il tessuto connettivo, muscoli, vasi sanguigni, nervi, l’intestino e probabilmente anche il rene destro, seppure ancora più in profondità del fegato.
Come fa il corpo del paziente a capire che intendiamo comunicare solo con il fegato, e nient’altro? La risposta a questa domanda non è da cercare tra gli adepti di questa bellissima pratica magica, i quali si ostineranno, in forza del meccanismo mentale del wishful thinking, a pensare che il sistema sarà forse assurdo, ma funziona. A nostro parere, la fede nell’efficacia di questa pratica costituisce il più evidente esempio di deficit funzionale della teoria della mente, che si manifesta nell’ incapacità, naturale e non certo patologica nei bambini fino ai quattro anni, di rappresentarsi nella mente una visione delle cose diversa dalla propria. Il mancato sviluppo, o un deficit funzionale nella teoria della mente, fa sì che la persona si rappresenti la realtà come vorrebbe che fosse, e non come è, mettendo in atto una serie di strategie cognitive inconsce per poter ristabilire e mantenere la propria coerenza cognitiva.
Dicevamo poc’anzi che la kinesiologia permette anche di accertare infallibilmente, se esperti, ciò che si nasconde nell’inconscio. Questa tecnica, infatti, soddisfa il sogno e il bisogno di ognuno di noi di poter leggere nei sentimenti e nei pensieri altrui attraverso un sistema infantile fondato su risposte dicotomiche del tipo tutto o niente (il muscolo cede o non cede), più affidabile, più efficiente e infinitamente meno complesso e costoso di una macchina della verità.
In pratica, si chiede al paziente di opporre resistenza, col suo braccio, alla pressione prodotta da quello del terapeuta. Si immagini, perché così deve essere, che il paziente opponga una certa resistenza. Dopodiché, si chiede al paziente di opporre sempre la stessa resistenza, ma solo dopo aver turbato, in qualche modo, il suo precedente equilibrio psicofisico: per esempio, chiedendogli di pensare a qualcosa di sgradevole, oppure facendogli pronunciare ad alta voce un’ affermazione palesemente falsa, come dichiarare ad alta voce di essere una persona diversa da quella che è (per esempio, un uomo deve dichiarare: “io mi chiamo Daniela”).
A questo punto, scatta la magia: il braccio sottoposto a stimolazione cederà, nel senso che non sarà più in grado di opporre la stessa resistenza di prima. Si noti che tale resistenza, come dicevamo, è quella che viene valutata dal terapeuta e da nessun altro, e che la pressione esercitata è sempre sua. In questo modo, si afferma, è possibile verificare quasi tutto, perché abbiamo appena inventato una macchina della verità biologica. Per esempio, se si chiedesse alla persona se ha mai tradito il coniuge, il suo braccio dovrebbe cedere se la sua risposta non fosse conforme al vero. Per questo motivo, uno dei più importanti medici dilettanti in kinesiologia italiani, tal Stegagno (2000), raccomanda estrema cautela e cristallina aderenza a principi etici.
Di qui, il fiuto tipicamente americano del business ha condotto all’elaborazione del famigerato e celeberrimo test chinesiologico delle intolleranze. Esso si basa sul fatto che, posta una fialetta di vetro contenente la sostanza da testare a contatto del corpo del paziente, il test chinesiologico rileverà immancabilmente una intolleranza a tale alimento se le sue frequenze entrino in dissonanza con quelle del paziente stesso, provocando il famoso cedimento muscolare. E poiché testare la resistenza del braccio si è presto rilevato una pratica faticosa per terapista e paziente, ecco che il sistema è stato semplificato, riducendolo al test della resistenza di un dito della mano, di solito l’indice, che il paziente, se dotato di pollice opponibile, cerca di mantenere unito al suo pollice mentre il chinesiologo cerca di separarli, testando appunto la resistenza muscolare.
Esistono poi in kinesiologia una serie sempre più fantasiosa di tecniche di vario tipo, forme più evolute e moderne delle antiquate sedute medianiche. Per esempio, per individuare la data in cui il paziente ha subito un trauma lo si fa sdraiare su una panca e il terapeuta gli fa fissare e seguire con lo sguardo la punta del suo dito o di una matita mentre esegue un cerchio davanti ai suoi occhi in senso antiorario, contemporaneamente mantenendo una certa pressione sul braccio teso del paziente. Secondo i principi mutuati dalla straordinaria trovata del cronorischio (si veda oltre, al paragrafo dedicato all’iridologia), poiché i 360 gradi del cerchio rappresenterebbero sessanta anni di vita, è possibile testare il muscolo del paziente, il quale presenterebbe dei cedimenti solo in corrispondenza di quei punti del cerchio tracciato corrispondenti a traumi subiti in quel momento della vita. (Tra parentesi, non si comprende perché il cerchio, che ingenuamente dovrebbe rappresentare il movimento a ritroso del tempo, debba essere tracciato nell’aria in senso antiorario, ma secondo il punto di vista del terapista, in quanto il paziente, posto di fronte al chinesiologo, come è ovvio, vedrà necessariamente il cerchio tracciato dal terapeuta in senso contrario).
Per ultimo, accenniamo brevemente a una sola altra tecnica elaborata sulla base del test muscolare propria della kinesiologia che consentirebbe senza ombra di dubbio di riconoscere se la sofferenza del paziente ha natura mentale, alimentare, da stress, ecc. In questo caso si utilizza lo strumento dei mudras. Si tratta di semplici posizioni delle dita della mano, le quali rappresenterebbero, secondo una antica tradizione magica di derivazione orientale, l’armonia con le diverse componenti della vita della persona: l’alimentazione, i suoi rapporti con l’ambiente esterno, e così via. Ora, se il terapeuta appoggia sulla spalla o comunque sul corpo del paziente la sua mano chiudendo o aprendo le dita nelle diverse posizioni, ognuna delle quali rappresenterebbe le diverse cause di squilibrio, sarà in grado di rilevare, grazie alla resistenza opposta all’altra sua mano dal muscolo del paziente, di accertare se il suo disturbo ha un’origine psichica, chimica, fisica ecc.
È chiaro che logica e pensiero scientifico dovrebbero valutare pratiche come la kinesiologia come rituali appartenenti a una cultura e a un epoca irripetibili, in cui essi erano perfettamente coerenti con il paradigma magico e primitivo della società indiana di alcune migliaia di anni fa, ma utili oggi solo come curiosità storica o al più come oggetto di studio per l’antropologia culturale.
La psicopatologia potrebbe descrivere questi comportamenti come chiarissimi segni di squilibrio mentale, se non adottati per giocare tra bambini all’apprendista stregone. Applicati all’interno di uno studio medico appaiono anche, almeno a mio parere, come manifestazioni sconcertanti di superficialità e presunzione, dimostrazione di come l’appartenere alla classe medica autorizza chiunque a ripescare dalla spazzatura della storia delle primitive tecniche di cura applicandole a ignari pazienti a scopo diagnostico o terapeutico, senza che di esse sia mai stato fatto un solo studio scientifico serio. E chi mai, pur debitamente finanziato, si prenderebbe la briga di verificare scientificamente se sia possibile fare diagnosi con le tecniche di kinesiologia sopra descritte? Tanto varrebbe, allora, chiedere direttamente al paziente se soffre di una serie di disturbi, tirando in aria una monetina per accertare se la sua risposta corrisponde a verità. In questo modo si eviterebbe così, tra l’altro, di dedicare corsi e seminari all’insegnamento dell’assurdo e complesso corredo di nozioni teoriche legate ai protocolli di cura, dal momento che manca la dimostrazione della loro utilità ed efficacia.
Sotto il profilo psicologico, alcuni dati, di solito passati inosservati, meritano di essere evidenziati. Il principio che sta alla base della kinesiologia è in realtà un’ idea, o un’ipotesi comune a molte altre discipline alternative. Esso sostiene che l’informazione, comunque sia veicolata, può modificare la nostra fisiologia. In altre parole, al di là della struttura materiale delle cose, esisterebbe il suo corrispettivo in termini energetici, il quale sarebbe il vero responsabile delle modificazioni, tra l’altro, dello stato di salute.
Prendendo a prestito alcune ipotesi formulate nell’ambito della meccanica quantistica, i sostenitori di molte discipline alternative come la kinesiologia sostengono che come la luce partecipa di entrambe le sue nature, particellare e ondulatoria, così il rimedio, costituito di materia e di energia, conserverebbe la sua componente più importante, quella informativa, pur spogliato della sua struttura materiale (allo stesso modo in cui, per esempio, le idee contenute nelle parole stampate su questo libro restano nella mente del lettore anche dopo essere state lette e comprese, e cioè come informazione che agisce indipendentemente dal suo supporto cartaceo) (Capra, 1976; Satinover, 2006; Zukav, 1999). Omeopatia, floriterapia, diagnosi attraverso apparecchiature di biorisonanza, tutte le pratiche di trasferimento energetico, dalla pranoterapia a tutte le centinaia di variazioni sul tema, si basano appunto su questo principio. Il quale, intendiamoci, non solo sembra sensato, ma è anche ormai universalmente accettato da decenni da tutta la comunità scientifica internazionale.
Il problema, come al solito, nasce quando i sostenitori delle medicine alternative come la kinesiologia ritengono che, dato un certo principio, la sua applicazione pratica possa essere immediata, senza dover rispondere alle stesse leggi scientifiche che ne hanno giustificato l’esistenza. La rinuncia, (dettata dalla consapevolezza del fatto che ogni tentativo in questo senso si rivelerebbe un fallimento) a cercare di fornire, per rispetto verso il prossimo oltre che verso i pazienti e gli altri scienziati, una spiegazione plausibile della catena causale che condurrebbe dall’applicazione della tecnica al suo effetto terapeutico o diagnostico, è normalmente giustificata dall’affermazione secondo cui tali dimostrazioni non sono necessarie perché il sistema funziona. Dato cioè per acquisito il principio della ipotetica presenza di informazioni immateriali, le medicine alternative, sottraendosi al confronto con i tanti problemi legati alla validità e affidabilità delle loro ipotesi, (quelli, per intenderci, che ritardano anche di decenni la divulgazione e l’applicazione pratica di una scoperta scientifica), procedono immediatamente alla sua realizzazione pratica.
Tornando alla kinesiologia, per esempio, si noti come essa ritenga che una qualsiasi informazione che violi la coerenza cognitiva, per esempio il conflitto, tipicamente rilevato dal lie detector, tra ciò che si afferma e ciò che si pensa, conduca a una manifestazione evidente e registrabile di indebolimento muscolare. Effettivamente, questo principio ha una sua logica scientifica precisa: poiché il movimento dei muscoli scheletrici è sotto il controllo della nostra volontà, esso richiede di portare attenzione specifica sul movimento stesso che si vuole effettuare. Se il sistema nervoso centrale, che deve elaborare il messaggio di opporre resistenza alla forza impressa al suo braccio dal terapeuta, viene turbato o distratto da altri stimoli, è più che ovvio che tale perdita di attenzione possa influire sulla capacità di opporre resistenza a un’ improvvisa spinta del terapeuta.
Ma è altrettanto ovvio che il sistema è quanto di più rozzo, approssimativo e soggetto a errori di ogni tipo si possa immaginare per una tecnica diagnostica, come pretenderebbe di essere la kinesiologia. Il problema si aggrava quando si voglia semplificare questa tecnica attribuendole effetti puramente di fantasia, come quello secondo cui la reazione di indebolimento dipenderebbe da un ipotetico disturbo di dissonanza tra le emissioni elettromagnetiche della sostanza contenuta nella fialetta a contatto del corpo del paziente e il suo sistema immunitario.
C’è poi il patetico e consueto tentativo di dare una veste pseudoscientifica alla tecnica. Questo obiettivo non può essere raggiunto rifacendosi a principi scientifici, per cui ancora una volta viene in soccorso la madre di tutte le tecniche di fantasia, cioè la medicina tradizionale cinese. La kinesiologia ha quindi ideato un abbinamento tra ogni muscolo e ogni meridiano cinese, elaborando un complesso protocollo che pretenderebbe di riequilibrare l’organismo nelle sue diverse componenti attraverso il riequilibrio di questi meridiani immaginari.
Il solito gruppo di medici che ha fiutato la possibilità di ricavarsi tramite questa pratica una nicchia di mercato nel panorama commerciale delle medicine alternative, anziché dedicarsi alla cura delle malattie, ha preferito seguire la solita strategia: costituzione di una associazione riservata ai medici per tagliare fuori gran parte della concorrenza (tutti i guaritori, massaggiatori, naturopati e terapeuti non medici); poi un’ apparecchiatura che potesse dare una veste scientifica a questa pratica magica, consistente in una sediolina simile a una sedia elettrica in miniatura, collegata a un computer che rileva oggettivamente la resistenza muscolare a uno stimolo anch’esso oggettivamente costante. Si tratta del cosiddetto Dria Test: è un bel miglioramento: peccato che anche questa trovata di marketing, alla prova dei fatti, non serva ovviamente a niente, in quanto non è scientificamente possibile, come dicevamo, ricollegare una minore resistenza muscolare alla interferenza “energetica” di una sostanza che il nostro sistema immunitario riconoscerebbe come dannosa.
