
L’idea, non certo originale, della cura tramite il simile, sviluppata da Hahnemann oltre due secoli fa, la quale presuppone che la modificazione della realtà sia frutto di forze subatomiche, è ora oggetto di ricerca da parte della fisica, e di speculazione commerciale da parte dei seguaci dell’omeopatia. La differenza fondamentale sta nel fatto che i primi sono persone serie che fanno ricerca, e quindi fanno faticosamente piccoli passi avanti nella conoscenza del fenomeno. I secondi, invece, non sono persone serie, perché senza nessuna ricerca seria, hanno diffuso l’idea di padroneggiare forze che non conoscono, rifiutandosi di dimostrare le loro fantasie in esperimenti controllati.
Il limite dell’omeopatia è che essa è una affascinante quanto inutile teoria spacciata per medicina, e la sua inutilità deriva dal fatto che essa si propone di curare l’essere umano senza fare ricorso a risorse tipicamente umane, ma solo tramite sostanze che operano su un livello molto inferiore, cioè quello biochimico. L’assoluta ignoranza del ruolo che la psiche umana ha nella cura della salute (perdonabile alla fine del settecento, non certo nel terzo millennio), spinse gli omeopati a pensare di poter curare la salute come se essa fosse un insieme parcellizzato di processi biochimici. Tutto quello che l’omeopatia, infatti, ha insegnato ai suoi fedeli seguaci resta solo una massa di nozioni relative a come preparare e somministrare sostanze naturali perché esse vadano ad agire nell’organismo del paziente. Si tratta di una visione aberrante dell’uomo, perché si fonda sull’assunzione che non sia necessaria la partecipazione consapevole della persona al suo processo di guarigione, essendo sufficiente aspettare passivamente che il rimedio faccia effetto. L’assurdità sta anche nel fatto che l’omeopata non ha la minima idea di che cosa sia questo effetto e come operi all’interno del misterioso organismo del suo paziente. Visione allucinante, se la si vuole applicare oggi, perché dimentica e trascura totalmente il fatto che, la vita, appunto, non è una funzione chimica, come sosteneva Lavoisier. Accettare i principi obsoleti e oramai ridicoli dell’omeopatia significa implicitamente accettare che l’essere umano non è niente di diverso da una coltura di cellule su un vetrino o un’ apparecchiatura meccanica che si è inceppata. Essa disprezza e svilisce la dignità umana, riducendo la persona a un semplice insieme di reazioni metaboliche, di sostanze chimiche, di meccanismi rispondenti solo alle regole delle scienze naturali, non di quelle umane. L’unica concessione che l’omeopatia fa alla constatazione che l’uomo è una entità più complessa di un ferro di cavallo è, specialmente per gli unicisti, l’elenco delle caratteristiche comportamentali che permetterebbero di classificare gli esseri umani ai fini della somministrazione del rimedio. Anche in questo caso, come nella psicologia comportamentista dei primi del novecento, l’idea centrale è che l’uomo non abbia una sfera psichica e spirituale, o che comunque essa sia solo un inutile accessorio, e che tutto ciò che interessa al medico per curare una persona è solo di inserirlo all’interno di una categoria (che imita in maniera infantile la categorizzazione nosografica della medicina allopatica) a seconda che egli russi o fischi durante il sonno, oppure abbia frequenti scoppi d’ira. Il comportamentismo, in psicologia, è stato oggetto di continue revisioni che ne hanno stravolto il significato originario per adattarlo alle acquisizioni scientifiche della psicologia moderna. L’omeopatia, invece, come l’Arma dei Carabinieri, resta “nei secoli fedele” e pretende di curare l’uomo nella sua complessità psicofisica e spirituale tramite ripetute somministrazioni di gocce o granuli. Se l’omeopatia esiste ancora non è certo per i suoi risultati scientifici, ma è solo perché molti omeopati curano senza saperlo tramite le loro risorse umane, l’impostazione di un rapporto fondato sull’empatia col cliente, e perché danno suggerimenti in ordine a cambiamenti da adottare nello stile di vita.
Lo stesso ragionamento è applicabile a tutti i risultati terapeutici ottenuti da coloro che si illudono di ottenere risultati positivi nella cura dei loro clienti grazie a sostanze prive di effetto terapeutico, o di “tecniche energetiche” che neppure sanno in che cosa consistono. In realtà, è nostra ferma convinzione (aperta però a tutte le serie critiche che ad essa si vogliano muovere, naturalmente) che l’effetto positivo della cura, quando questa non sia una cura medica basata su dati clinici di efficacia (come tale rimessa all’esclusiva azione del farmaco o dell’intervento chirurgico), risiede nella persona del terapeuta, in ciò che è e trasmette in termini di qualità umane, e non certo in ciò che somministra.
Queste considerazioni giustificano la nostra critica senza quartiere ai sistemi di cura illusori, basati su sostanze o rimedi in genere privi di fondamento, e invece la diffusione della nostra idea secondo la quale sono le capacità umane (quelle che non si trovano in gocce, granuli o manipolazioni) che producono effetti benefici. Di qui la nostra proposta di sostituire la massa di tecniche alternative inutili ed obsolete con lo sviluppo del Counseling, cioè di queste capacità e competenze fondate sulla consapevolezza dell’enorme potere terapeutico della relazione umana, purché professionalmente condotta.
In conclusione, a nostro parere, le malattie costituite da una lesione o infiammazione dei tessuti, da carenze, deficit organici, da anomalie nei processi biochimici o fisico-meccanici, devono essere curate tramite gli stessi elementi organici, biochimici o meccanici. Ma se la cura ha per oggetto una persona nella sua globalità, e non solo parti di essa, è solo da un’altra persona che può venire una cura efficace, non da stimoli biochimici o fisici.
Per la medicina scientifica e alternativa è difficile accettare l’idea e il fatto che gran parte della nostra salute dipende dal modo in cui noi viviamo, e non da anomalie di funzionamento dei nostri meccanismi fisiologici.
La terapia nel counseling ha invece per oggetto l’individuazione, da parte del cliente stesso, del significato della sua sofferenza psicologica, e cioè di quel divario che si è venuto a creare tra la sua aspirazione alla realizzazione di sé e il modo in cui conduce la sua esistenza quotidiana, quello squilibrio tra il suo personale sistema di valori e la necessità di adeguarsi a regole e principi che la sua coscienza non è in grado di accettare. Senza bisogno di immaginarie descrizioni di realtà parallele, di forze misteriose, senza la necessità di utilizzare apparecchiature o bizzarri strumenti terapeutici, o di somministrare alcunché. Come terapeuta, egli deve soltanto offrire sé stesso. Se ciò che è è solo un insieme di credenze e di superstizioni, di nozioni non interiorizzate, di protocolli, di elenchi di sostanze da somministrare, di problemi personali irrisolti e di cui non ha neppure consapevolezza, questo è ciò che potrà dare, e darà, al suo cliente. Per questo motivo il counseling ad indirizzo naturopatico insiste tanto sulla necessità di una formazione che metta al centro la crescita personale del terapeuta, e la sua volontà di dedicarsi con impegno e sacrificio al difficile compito di aiutare il prossimo. Perché nel counseling non ci sono scuse o giustificazioni all’insuccesso: il fallimento di una cura non è imputabile al rimedio o al farmaco, ma solo alla persona del terapeuta.