La naturopatia commerciale e le Scienze naturopatiche di Uni.Psi: due scuole con principi, etica, contenuti e scopi opposti
Molti nostri lettori ci chiedono il motivo per cui una famosa, potente e ricca organizzazione di vendita di diplomi e corsi di naturopatia e psicosomatica sia talvolta oggetto di riferimento nelle nostre osservazioni in materia di cura della salute, riferimento non certo lusinghiero.
La nostra è una associazione di ricerca scientifica senza scopo di lucro, che diffonde la conoscenza dei principi della psicobiologia applicata alla cura della persona. Quindi non ha senso confrontarla con una organizzazione a scopo di lucro la quale, secondo noi, ha adottato la disciplina naturopatica e la psicosomatica come strumenti utili per guadagnare un enormità di denaro vendendo facili e illusori strumenti che non hanno lo scopo di prendersi cura della salute delle persone, ma solo di vendere i loro corsi e prodotti. Niente di male, ma noi preferiamo non essere accomunati a organizzazioni che vendono riviste che insegnano a dimagrire a sprovvedute persone che dovrebbero invece essere educate a prendersi cura di sè in senso globale, e non a seguire le indicazioni miracolistiche, sfornate a getto continuo, da questa organizzazione astutissima. Tantomeno ci sembra eticamente corretto, da parte di una organizzazione di medici e psicoterapeuti, diffondere vere e proprie assurdità scientifiche, cure magiche e miracolose in alternativa a quelle mediche e psicologiche, solo per il fatto che esse vanno di moda e “vendono”.
Per chi volesse approfondire le ragioni teoriche ed etiche della nostra posizione, riportiamo il breve stralcio tratto dal nostro manuale “Introduzione al Counseling psicobiologico”, il quale, a nostro parere, rappresenta da solo lo strumento di studio e di applicazione pratica alla salute più valido e culturalmente superiore di tutte le migliaia di riviste e pubblicazioni di Riza sull’argomento.
Metodo deduttivo e induttivo
A differenza di quanto accade in ambito specificamente psicologico e nel Counseling tradizionale, la componente “biologica” dello studio della Psicobiologia rende questa disciplina più aderente, nel metodo di indagine e nella sua stessa applicazione terapeutica, alle modalità metodologiche fondate sul pensiero induttivo, piuttosto che quello deduttivo. Psicoterapia e counseling tradizionali, infatti, operano sul presupposto dell’esistenza e della descrizione di una condizione di anormalità, nelle sue diverse manifestazioni, all’interno della quale collocare il comportamento del paziente. In queste discipline, infatti, il punto di partenza non è l’analisi fenomenologica, olistica e scientifica della persona nella sua globalità, per costruire induttivamente, a piccoli passi, insieme, il significato legato alla vita del cliente (come avviene nel counseling psicobiologico), ma la catena inferenziale deduttiva che porta a ricavare una diagnosi di “anormalità” o malattia nel paziente, sulla base di una costruzione teorico-statistica preesistente.
L’approccio deduttivo, vietato nelle scienze naturali e psicologiche, resta comunque il più usato, specie nella filosofia idealistica, tra le cui radici affonda anche la psicologia: si costruisce, per via più o meno speculativa, un ipotesi sull’essenza dell’oggetto da indagare e infine si cerca di armonizzare quest’ultimo con l’ipotesi. L’oggetto da indagare, nel counseling e nella psicoterapia tradizionali, è il disturbo o il problema del paziente, il quale va letto alla luce della sua descrizione e classificazione secondo un impianto teorico-ideologico di riferimento.
Questo può consistere, in ambito psicologico, nel manuale statistico-diagnostico ricavato dalle osservazioni cliniche degli psichiatri americani (attualmente, la “Bibbia” di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, il DSM, è giunto alla sua quarta edizione), nelle ipotesi “mitiche” o archetipiche della psicologia freudiana o junghiana, oppure in una costruzione teorica di fantasia, priva persino di conferme cliniche e statistiche, come le infinite classificazioni in uso nel counseling tradizionale o come quelle spiritualiste della psicosintesi (gli esseri umani si dividono in sette categorie, in base alle caratteristiche dei sette raggi inventati per descriverli), o quelle di matrice dichiaratamente esoterica come l’enneagramma, o ancora i segni zodiacali, le logge energetiche cinesi o le categorie ayurvediche.
I motivi per cui le scienze naturali privilegiano incondizionatamente l’impostazione induttiva rispetto alla deduzione, che ha un’ascendenza più spiccatamente filosofica, si riconducono principalmente a una esigenza pratica: la prima consente la previsione dei fenomeni.
Il counseling psicobiologico, infatti, non ha come scopo principale il disvelamento dei traumi e dei condizionamenti contenuti nel passato del paziente, in modo da ricavare una sua classificazione in termini patologici, come avviene in psicoterapia. In quest’ultima, infatti, scopo dello psicoterapeuta non è tanto fornire un aiuto concreto ed efficace al paziente, quanto formulare una diagnosi corretta e inattaccabile alle critiche, e dare una spiegazione plausibile, in termini psicopatologici, del disturbo lamentato dal paziente.
“Il paziente non migliora, anzi sta peggio di prima, ma la diagnosi e il protocollo terapeutico erano corretti, e quindi tutto va bene”. La terapia è qui rivolta al passato, e si esaurisce, in pratica, nella formulazione della diagnosi, perché tutto quello che segue viene in automatico, come conseguenza di essa. L’attenzione che gli psicoterapeuti rivolgono alla persona in tutte le sue componenti (non solo quelle che possono servire a formulare la diagnosi di psicopatologia) è infinitamente minore rispetto a quella che rivolgono alla ricerca ossessiva di una diagnosi e di tecniche e strategie per rendere evidente il disturbo. Pochissimo della loro formazione, nella maggior parte dei casi, è dedicato a come gestire la sofferenza (di solito, se questa è importante, inviano temporaneamente il loro paziente allo psichiatra di turno, per la somministrazione di psicofarmaci, che servono principalmente a rendere il paziente più remissivo e “paziente” di fronte alla eccessiva durata delle costosissime cure). Ancora meno è l’interesse della psicoterapia tradizionale per la co-costruzione di significato, nell’ottica di un programma di vita che rispetti la persona nelle sue caratteristiche uniche, anziché cercare a tutti i costi di farlo rientrare sotto un etichetta spesso troppo stretta.
Anche per questo motivo il counseling psicobiologico rifiuta il concetto stesso di diagnosi, così come concepito nell’ottica biomedica. Quelle che il terapeuta formula, sottoponendole al cliente per la sua approvazione e discussione critica, sono ipotesi, non diagnosi.
Le ipotesi devono essere dunque collaudabili e quantomeno potenzialmente falsificabili (Popper, 1974); altrimenti esse non si qualificano come ipotesi scientifiche, bensì sono miti che dal punto di vista scientifico lasciano il tempo che trovano. La proposizione “Dio ha creato il mondo”, può essere vera, ma giace al di fuori dell’ambito di competenze delle scienze naturali, perché non è né dimostrabile né falsificabile. È possibile prestarvi fede. Ma ciò a cui non è lecito prestar fede sono le ipotesi scientifiche. Perciò, quando uno scienziato, o un terapeuta che adotti l’ottica scientifica, dichiara di essere convinto della giustezza di un’ipotesi, in realtà egli ha già abbandonato l’ambito delle scienze naturali. Una peculiarità sostanziale delle ipotesi è che esse non possono essere semplicemente accettate e credute. Non possono mai essere vere, ma tutt’al più raggiungere un certo grado di verosimiglianza (o probabilità).
Grazie al metodo induttivo-deduttivo gli enunciati scientifici si approssimano asintoticamente alla verità, senza peraltro riuscire mai a raggiungerla, a causa del problema dell’induzione, già individuato da Hume: “Tutti i cigni reali sono bianchi” è una proposizione appropriata, ma non è mai “vera”, cioè non costituisce né una legge di natura né una certezza; non è dimostrabile. Infatti, chi può garantire che non salterà mai fuori un cigno reale nero?
Mentre la pseudoscienza dottrinale ha il compito di confermare delle opinioni preconcette formulate per via di deduzione (cosa che fanno purtroppo anche molti sedicenti esperti scientifici), un “vero” scienziato non si lascia strumentalizzare da nessuno e formula delle generalizzazioni solo sulla base dei dati disponibili. Le opinioni formate sulla base di tali dati vengono chiamate ipotesi di lavoro. Queste, a loro volta, costituiscono il presupposto del successivo rilevamento di dati, che dovrebbe mirare a controllare le ipotesi di partenza, se necessario per confutarle. Se ciò non dovesse riuscire, malgrado gli sforzi compiuti, allora – e solo allora – l’ipotesi di lavoro d’un tempo potrà essere accolta quale (provvisoria) spiegazione. ⦗…⦘ La diffusa prassi di scambiare per verità i risultati scientifici può aver contribuito anch’essa all’ostilità, oggi così in voga, verso la scienza, e alla conseguente fuga nei variegati reami delle ciarlatanerie mistiche. Lo sanno bene, e anzi, ne approfittano bene, tutti coloro che sul bisogno di guarigione a tutti i costi fondano la loro attività professionale, come, nel nostro settore, l’organizzazione di Riza, che ruota intorno alla vendita di corsi, ma specialmente di manuali e riviste di impostazione tipicamente scandalistica, nelle quali si riportano con proclami trionfalistici o allarmistici i risultati di studi scientifici privi di rilevanza scientifica e di correttezza metodologica, o vere e proprie “bufale”, che attraggono irresistibilmente le persone culturalmente e psicologicamente più deboli.
Nelle scienze naturali, quindi, come in Psicobiologia, non è assolutamente possibile lavorare o induttivamente o deduttivamente; il lavoro scientifico è un processo che si sviluppa costantemente lungo un percorso a spirale e che conduce dalle osservazioni alla formulazione di ipotesi di lavoro e al loro controllo mediante ulteriori osservazioni ed esperimenti. Si tratta di quella continua oscillazione tra i due poli della percezione e della cognizione, tra l’approccio fenomenologico e quello analitico e sintetico, tra irrazionalità e razionalità, tra l’attività del Me che agisce ed esperisce, e quella dell’Io che osserva e valuta, la quale caratterizza il metodo del Counseling Psicobiologico. (Continua….)

