Fiori di Bach: come si è trasformata la patetica storia di un infelice in una bufala e in un business vergognoso.
La fede nei fiori di Bach rappresenta la dimostrazione di come il pensiero magico-infantile possa sostituirsi a quello razionale. In effetti, i suoi sostenitori, compresi coloro che insegnano questa disciplina, dichiarano tutti, immancabilmente, di non sapere assolutamente come essi funzionino, ma di essere interessati solo al loro funzionamento. Quest’ultimo (concetto quanto mai rozzo e infantile) viene desunto sempre da fatti e aneddoti privi di riscontro e di validità scientifica e statistica. Mi riferisco solo per comodità ai fiori di Bach, anche se la cosiddetta floriterapia si arricchisce ogni anno di nuovi fiori, a quanto pare tutti di straordinaria efficacia terapeutica. Salva la possibilità che di recente siano stati lanciati sul mercato nuovi floriterapici, a tutt’oggi, accanto agli “originali” di Bach (è strano come dei farmaci vengano pubblicizzati come una marca di biscotti inglesi), ci risulta che il mondo del business terapeutico si è sbizzarrito ad individuare i fiori californiani, quelli australiani, quelli dell’Alaska, i tibetani, i francesi, i sudafricani, gli italiani e, in particolare, quelli sardi. In un ottica di federalismo e di difesa della biodiversità, mi aspetto che da un momento all’altro entrino in commercio anche i fiori padani, o quelli a denominazione di origine controllata e protetta.
Ora anche in comode pastiglie! Come sfruttare la debolezza psicologica di bambini e madri ansiose.
I fiori di Bach sono il classico esempio che dimostra perché le medicine alternative non possono essere prese sul serio. In breve, il dottor Bach, figura quasi mitica nel mondo alternativo, non era altro che un comunissimo medico inglese, che praticava nel suo studio come centinaia di suoi colleghi nei primi anni del novecento. Non si trattava quindi, contrariamente a come alcuni lo descrivono, di un personaggio eminente sotto alcun profilo. Il punto di svolta della sua vita fu la morte, per cancro, secondo alcuni, per difterite secondo altri, della moglie, fatto che al di là dell’aspetto umano mise in crisi la sua convinzione neopositivista di una scienza medica in grado di curare ogni malattia.
Il duro colpo assestatogli da questa perdita ebbe probabilmente anche qualche ripercussione sul suo equilibrio mentale, dal momento che, dopo essersi trasferito in campagna, dedicò da quel momento il resto della sua vita a cercare il modo di alleviare i mali dell’umanità attraverso la somministrazione di fiori e germogli. In essi il pio medico, fervente credente, vedeva la presenza della misericordia e della potenza dell’amore divino (quello stesso amore che, chissà perché, gli aveva sottratto l’affetto della moglie pochi anni prima), per cui, con un passaggio logico tipico solo di una mente alterata, egli concluse che la loro somministrazione avrebbe in qualche modo trasferito parte di questo amore divino nella persona malata, riequilibrandola con l’armonia dell’universo. Poiché la sua mentalità era stata trasformata da scientifica a magica, a causa della regressione psichica prodotta dalla grave perdita subita, non si chiese mai il motivo per cui, nella sua infinita misericordia, il buon dio si manifestasse con maggiore efficacia terapeutica nei fiori di campo anziché nei frutti di bosco o negli ortaggi, nelle pietre o nelle deiezioni delle mucche al pascolo (tutti elementi che, agli occhi di Dio, probabilmente, hanno la stessa dignità). Forse solo perché era al buon Bach che piacevano di più i fiori, più che al buon Dio.
Curiosamente, egli non concentrò i suoi sforzi sulla cura delle malattie organiche, probabilmente perché si rese presto conto che i suoi rimedi non servivano assolutamente a niente, ma si orientò esclusivamente verso la cura dell’anima, cioè delle anomalie del comportamento e degli stati dell’umore, tutti aspetti che, quando era medico, non prendeva neppure in considerazione.
I disturbi dell’anima, come noto, non producono direttamente dolore fisico e in più, non essendo misurabili attraverso parametri clinici oggettivi, permettono ad ogni guaritore di attribuirsi il merito del miglioramento, quando questo avviene, e di scaricare la responsabilità del fallimento sul paziente o su altre circostanze, nei casi più frequenti in cui non producano benefici.
Recuperando la concezione di un dualismo razionalistico di tipo cartesiano, Bach aveva quindi abbandonato l’ambito che la filosofia e la religione cristiana concedevano alla medicina, cioè la cura dell’aspetto materiale dell’uomo, per dedicarsi a quello spirituale, riservato appunto a filosofi o a teologi, figure in cui egli stesso credeva di essersi trasformato. Inutile dire che questa concezione dualistica, che ha prodotto la mentalità meccanicista e riduzionista che ancora caratterizza la medicina moderna, è stata definitivamente superata sia dalle scienze umane che da quelle naturali, ad eccezione, come dicevamo, della medicina, che ancora fa fatica a riconoscere dignità di scienza a ciò che studia gli aspetti non misurabili dell’esistenza.
Sta di fatto che, in breve, questo patetico personaggio si trasformò, da autodidatta, in un somministratore di rimedi psicoterapeutici a sfondo religioso. L’attenzione per gli stati psicologici ed emotivi non fu certo una trovata originale e geniale, come i suoi ingenui sostenitori proclamano. Ricordo soltanto che la psicologia e la psicanalisi erano nate da decenni e si stavano diffondendo in tutto il mondo. Egli non fu nemmeno così profondo, nella formulazione dei principi della sua terapia, da sentire il bisogno di studiare e analizzare gli aspetti psicologici e psicosomatici della malattia, osservando, da scienziato quale era, i processi mentali e la loro influenza sul nostro stato di salute, ma limitandosi a pregare molto e a contemplare i fiori.
Eppure, l’intuizione secondo cui gli stati psichici potevano influenzare il nostro stato di salute era già ampiamente diffusa tra i suoi colleghi già da un secolo prima, come dimostra Nunn, che riporta il fatto che “All’inizio del XIX secolo Thomas Trotter, chirurgo navale e in seguito medico a Newcastle upon Tyne, lontano dalla Londra delle mode, notava: “Alla fine del XVII secolo, Sydenham calcolò che le febbri costituissero i due terzi delle malattie dell’umanità. All’inizio del XIX secolo, non esitiamo ad affermare che le disfunzioni nervose hanno ormai preso il posto delle febbri, e possono essere ragionevolmente stimate in due terzi del totale delle malattie da cui la società civile è colpita”(Nunn, 2006, p.122). Incurante o semplicemente ignorante circa l’aspetto rivoluzionario di queste affermazioni, Bach si limitò, in pratica, ad affermare che tutto discende da Dio e che quindi armonizzandosi con la volontà divina, si sarebbe potuto guarire l’umanità da qualunque male.
Purtroppo, la sua floriterapia, sistema di cura dalla struttura teoretica e scientifica solida come un castello di carte e privo di efficacia in modo assoluto, si rivelò presto uno strumento efficacissimo per indurre l’effetto placebo, almeno tra le persone più povere di spirito e di scarsa profondità di pensiero. Il suo target resta ancora oggi quello di coloro che proclamano per moda la superiorità dello spirito sulla materia, ma che cadono in depressione se non possono procurasi l’ultimo modello di orologio da polso o di cellulare di moda, e che amano e credono nelle medicine alternative ma che, come tutti, si rivolgono a quella scientifica se sono affetti da una malattia vera e propria. Inoltre, la sua storia, presto romanzata e arricchita di particolari suggestivi che la rendono molto simile a quella di altre persone illuminate, come Bernadette di Lourdes o Padre Pio da Pietralcina, si rivelò presto una vera calamita per il (commercialmente allettante) pubblico femminile, come qualunque rivenditore di questi prodotti, farmacista o erborista, può testimoniare, e favorendo la nascita della professione di floriterapeuta, che si affianca oggi a quella di lettrice della mano o di tarocchi.
Personalmente, non ho mai conosciuto una floriterapeuta che mi magnificasse le virtù terapeutiche scientificamente dimostrate di questi rimedi, ma tutte affermano con convinzione di credere in essi, e specialmente di “amare” i fiori di Bach (“mi piacciono tanto!”). Si pensi alla stessa affermazione riferita a un rimedio vero e proprio, come un antinfiammatorio, e se ne deduca quindi agevolmente il fatto che i fiori di Bach sono visti come strumenti consolatori o di devozione e non come farmaci.
Il successo della floriterapia di Bach, che definire un sistema di cure è francamente ridicolo, si fonda anche, come accade in tutte le medicine non convenzionali, sul fatto che essa offre una comodissima scorciatoia: permette cioè a chiunque sia assolutamente digiuno di nozioni di medicina e psicologia di improvvisarsi terapeuta degli stati d’animo. Insomma, più che rimedi contro gli stati d’animo negativi, mi sembrano più rimedi contro l’emersione di senso critico, intelligenza e consapevolezza; il loro uso, inoltre, crea una sorta di dipendenza, al punto che non sono poche le persone, di solito gentili signore, che tengono sempre a portata di mano nella borsetta un flaconcino di rimedi, di solito il famigerato Rescue Remedy. Quest’ultimo, nelle intenzioni del fondatore di questa terapia religiosa (o religione terapeutica) doveva essere utile in situazioni di estremo pericolo, di emergenza, di trauma fisico o psichico, ma oggi viene abitualmente utilizzato ad ogni piè sospinto, per alleviare la delusione per l’afflosciamento di un soufflé o per la drammatica scoperta di una smagliatura nella calza di nylon.
Il business nascosto dietro i fiori di Bach, seppur di nicchia, è straordinario. La loro produzione non costa quasi nulla: come mi diceva un’informatrice medica di un’ azienda che li produce: “E’ certo che non mandiamo i nostri addetti a raccogliere i fiori nella campagna inglese, all’alba, a piedi nudi sulla rugiada e vestiti con una tunica bianca di lino. Li coltiviamo qui, in serra, aggiungiamo acqua di rubinetto e con un mazzolino di fiori copriamo il lotto di produzione annuale”. Non c’è oggi estetista, profumiera, massaggiatrice che non li conosca a menadito. Persino molti psicologi e psicoterapeuti, impossibilitati per legge a prescrivere farmaci, si sbizzarriscono a suggerirli ad ogni cliente, “tanto, male non fanno, e poi sono dei classici oggetti transizionali, proprio come la coperta di Linus” mi diceva un collega psicoanalista.
Ma torniamo al nostro mitico medico inglese.
Sollevando probabilmente forti dubbi sulla sua sanità mentale nei compaesani che lo vedevano aggirarsi per boschi e prati assaggiando petali di fiori, il medico vagò quindi, fino alla fine dei suoi giorni, nella campagna inglese, raccogliendo e testando i vari fiori che la abbellivano e convincendosi, in base a qualche misterioso ragionamento, che ognuno di essi avrebbe potuto risolvere i problemi psichici delle persone.
A tutt’oggi, nessuno dei suoi sostenitori si è mai preoccupato di chiedersi in base a quale motivo un fiore dovesse agire sulla paura e un altro sulla disperazione, ma sta di fatto che, prima che la morte lo cogliesse prematuramente, con lo stesso male che aveva portato via sua moglie, e nonostante egli si fosse votato ad armonizzarsi con l’amore divino, egli lasciò all’umanità un patrimonio inestimabile composto di 38 “fiori” diversi.
In realtà, uno di essi è un composto di altri fiori, e un altro ancora è il famoso Rock water, utile per risolvere specifici stati d’animo alterati. Con riferimento a quest’ultimo, non ho mai avuto il piacere di conoscere un sostenitore di questo allucinante metodo terapeutico che si sia mai chiesto cosa potesse avere a che fare, con una terapia impostata sui fiori, un rimedio composto, come dice il termine inglese, di pura acqua di fonte. E’ vero che il termine inglese può trarre in inganno, per cui ho scoperto tristemente che molti operatori di Bach erano convinti che anche Rock water fosse un fiore, ma mi chiedo come persone nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, e specialmente persino qualche medico, possano mai pensare veramente di prescrivere alcune gocce d’acqua a scopo terapeutico specifico (e cioè non per alleviare una condizione di disidratazione).
Per chi volesse dedicare un po’ del suo tempo avendo come unica alternativa quella di correre una mezz’oretta con un mazzo di ortiche infilato nelle mutande, potrebbe essere interessante la lettura dell’istruttivo “Terapia con i fiori di Bach”. A proposito di Rock water, infatti, potrebbe apprezzare come la follia possa travestirsi da trattato pseudoscientifico, esprimendosi con queste parole che descrivono il rimedio: “Nessuna pianta, ma acqua preparata da sorgenti pure nella natura incontaminata, a cui gli abitanti della zona attribuiscono da generazioni proprietà terapeutiche. Ancor oggi si possono trovare queste sorgenti quasi dimenticate – che tra gli alberi e l’erba sono esposte esclusivamente al libero giuoco del vento – in molte regioni dell’Inghilterra”(Scheffer, 1990). Per chiunque ami lo studio delle anomalie dei processi mentali, queste parole suonano come un canto angelico: follia, follia pura! L’autrice, di cui non è dato di sapere tramite le pagine di questo prezioso libro chi sia e specialmente se, come sospetto, esista solo nel regno della fantasia, non si fa scrupolo di dare l’impressione di aver già donato alla ricerca scientifica il suo straordinario encefalo prima di scrivere questo libro. Ella ci parla di terapia senza comprendere che quella che descrive è semplice magia legata alle più elementari e obsolete tradizioni popolari, mescolata con una buona dose di credulità a sfondo religioso. Che le sorgenti abbiano proprietà terapeutiche dipende dal significato che diamo al termine terapia, che in questo caso non può essere quello di cura della salute delle persone, ma solo quello simbolico di fonte di ristoro e di vita. Che le virtù terapeutiche, comunque, di un qualsiasi rimedio debbano essere dichiarate tali dagli abitanti della zona, è già piuttosto ridicolo, perché li identifica come autorità nel campo della cura delle malattie, con cui mi piacerebbe avere un consulto per scoprire quali malattie siano curabili con l’acqua di queste fonti. Configurando un classico caso di errore da argomento storico, in quanto tali virtù sono attribuite non da ora, ma, elemento importante sotto il profilo magico, da generazioni, l’autrice si lascia andare al suo spirito bucolico e romantico, descrivendo queste sorgenti come se esse fossero una caratteristica geologica tipica solo di alcune regioni dell’Inghilterra .
Qualcuno mi ha detto, scandalizzato dal mio scetticismo, che quella non è acqua, ma è acqua della fonte cui il mitico dottore si abbeverava. A prescindere dal fatto che i produttori del rimedio non si sognano certo di andare a prelevare l’acqua della mitica fonte di Bach, ma usano acqua di rubinetto, mi chiedo come sia possibile che nessuno abbia ancora messo in commercio in farmacia ed erboristeria, accanto ai fiori di Bach, per esempio, l’acqua di Lourdes, sulla base di approfondite ricerche circa le sue virtù terapeutiche, da alcuni definite persino miracolose. Forse in quest’ultimo caso l’ostacolo viene da un’altra autorità, che risiede in Vaticano e che, come il dottor Bach, è a quanto pare in comunicazione diretta con Dio.
Naturalmente, la liturgia deve essere rispettata, e quindi i fiori di Bach, per assumere le ben note virtù terapeutiche, necessitano di uno specifico trattamento consistente nel raccogliere i fiori all’alba, lasciarli immersi in un contenitore di vetro alla luce del sole e poi diluirli con un po’ di brandy. La somministrazione segue anch’essa un preciso rituale: quattro gocce quattro volte al dì, oppure due gocce in un bicchiere d’acqua (è incredibile come i nostri processi mentali possano seguire vie tortuosissime e misteriose per partorire simili assurdità, prive di ogni logica e giustificazione).
Ma tutto questo potrebbe anche non interessare a nessuno. I suoi sostenitori, infatti, di fronte alle critiche all’assurdità della terapia che applicano, sono soliti rispondere che, comunque, essa funziona.
Rimando all’apposito capitolo per chiarire il significato di questa affermazione, di per sé priva di senso. Qui vorrei solo soffermare l’attenzione del lettore sul fatto che, come è mia precisa convinzione argomentata ampiamente nel corso di tutto questo libro, chiunque, anche lo scienziato più scettico e razionale sarebbe ben lieto di passare sopra al motivo per cui i fiori di Bach e l’acqua di sorgente possono curare i problemi psichici, se solo qualcuno al mondo potesse dimostrare che essi hanno efficacia documentabile e ripetibile (altrimenti, oltre che non servire allo scopo, assomigliano pericolosamente a una presa in giro e allo sfruttamento commerciale di un’idea balzana).
Naturalmente, nonostante fosse uno scienziato, il dottor Bach si è guardato bene dal sottoporre la sua tesi a una serie di verifiche scientifiche (e se ne sono guardati bene anche gli attuali medici suoi seguaci), per cui in maniera un po’ paradossale per un medico e uno scienziato, ci costringe a credergli sulla parola. In pratica, quante persone affette da un determinato disturbo psichico abbiano avuto un qualche beneficio dai suoi rimedi, in che misura, di quale durata, e così via non ci è dato di sapere. Il fatto di esercitare la professione non riconosciuta di terapisti alternativi non significa essere degli imbecilli, dei creduloni, dei superficiali, specialmente se, nel rapporto professionale col paziente, il terapista, con l’aggravante se è medico, propone questo rimedio a scopo terapeutico, e non per gioco. Penso che qualunque paziente avrebbe cioè il diritto di sapere in base a quali ricerche, a quali dati, a quali interpretazioni di questi dati, è stata dimostrata un’ azione efficace e priva di effetti collaterali indesiderati dalla somministrazione di questo tipo di rimedio. Il principio della libertà di scelta terapeutica presuppone infatti che chi sceglie sia messo in condizione di farlo con cognizione di causa e con consapevolezza. La somministrazione di questi patetici rimedi presuppone invece una debolezza psicologica, in chi li assume e in chi li suggerisce, che impedisca l’accesso allo spirito critico e al pensiero razionale. È evidente che questa straordinaria trovata commerciale era nata dalla buona fede di una persona infelice, che cercava, come tutti noi di alleviare la propria sofferenza. Non confondiamo, però, il piano simbolico in cui anch’essa, come le altre terapie alternative, va confinata, e quello della cura della salute delle persone. Se vogliamo divertirci, tra amici, somministrandoci a vicenda i fiori di Bach per passare il tempo, magari sulla base dei nostri segni zodiacali, siamo liberi di farlo. Ma, per carità, per carità divina, non trasformiamo l’esperienza di un infelice in un business vergognoso, spacciandolo per terapia.
Professioni che beneficiano, tradizionalmente, della particolare sensibilità femminile.
La procedura di preparazione dei fiori sardi, invece, è ancora più raffinata, perché prevede che essi vengano esposti al sole in calici di cristallo.