Omeopatia efficace su animali e bambini. False credenze radicate e luoghi comuni: spieghiamo come nasce e si diffonde una bufala.
La percezione dell’efficacia delle medicine alternative trova sostegno anche nella diffusione dei tanti luoghi comuni che sorgono tutte le volte che l’umanità si trova di fronte alla necessità di dare una spiegazione a fenomeni sconosciuti, come per esempio le malattie e il modo apparentemente misterioso con cui spesso ci colpiscono.
Si consideri, a titolo di esempio, la tendenza attuale di legittimare l’omeopatia attraverso un luogo comune diffusissimo tra i suoi sostenitori, e cioè la considerazione che essa non sia un placebo perché anche gli animali, apparentemente immuni a questo effetto, ne traggono giovamento. Alcuni si spingono a dare per dimostrata anche l’efficacia dei rimedi omeopatici sui neonati, anch’essi non in grado, secondo gli omeopati, di essere condizionati dall’effetto placebo, anche se non esiste nessuna traccia, nella letteratura scientifica, di studi effettuati su neonati affetti da qualche malattia seria (non quelle, naturalmente, che sono soggette a remissione spontanea) e che siano stati guariti dall’omeopatia. Eppure, il fascino di questi, che sono pii desideri, e non certo dati scientifici, fa sì che si diffondano come ogni affascinante leggenda metropolitana.
Infatti, se tali affermazioni provenissero da uno scienziato sarebbero accompagnate dalle prove di studi svolti secondo criteri di imparzialità e trasparenza e che dimostrino l’efficacia delle cure al di là dell’effetto placebo. Gli omeopati, no. Essi preferiscono fare affidamento su proclami e affermazioni di principio, come “l’omeopatia piace agli animali” oppure “sempre più animali sono curati con l’omeopatia” senza alcun supporto di dati e ricerche, tranne quello del loro smisurato”wishful thinking”.
Se si ha l’occasione di ricercare sul Web i dati relativi all’efficacia delle medicine alternative sugli animali risultanti dalla voce “omeopatia + ricerche cliniche” si avrà la precisa dimostrazione di quanto testé affermato: i dati non ci sono. Ci sono in compenso una serie di affermazioni che come psicologi sociali possiamo far rientrare nell’ampia categoria delle credenze, e come liberi pensatori nella categoria delle stupidaggini.
Gli aneddoti, a questo proposito, sono numerosissimi, e non potrebbe essere diversamente, perché come per tutte le leggende e i luoghi comuni non esiste nessuna prova scientifica di quanto affermato, ma solo una serie di voci che passando di persona in persona si fanno via via sempre più ricche di particolari inesistenti e sempre più stupefacenti.
Ricordo in particolare l’aneddoto del medico che insegnava medicina tradizionale cinese nella scuola di Milano di Shiatsu che frequentavo, la quale amava raccontare come avesse praticamente fatto risorgere, nel giro di una notte, un canarino dato per spacciato somministrandogli con un contagocce alcune gocce di fiori di Bach. Io stesso ho conosciuto personalmente decine e decine di persone che sono candidamente certe di aver guarito animali vari grazie a una cura priva di alcun effetto terapeutico, come fiori di Bach o rimedi omeopatici. Come gli esperti di leggende metropolitane sanno benissimo, esse possono essere divise in categorie, ognuna delle quali presenta alcuni aspetti comuni. Nel caso che stiamo discutendo, che appartiene a quella delle guarigioni “overnight” gli elementi comuni, che non debbono mai mancare sono:
1. la presenza di un animale da compagnia che mostra chiari segni di malattia, di solito non in grado di reggersi in piedi né di mangiare.
2. Lo scetticismo e l’incredulità dello stesso terapeuta, oltre che del padrone dell’animale, che tenta quest’ultima carta, la cura alternativa, senza molte speranze.
3. La somministrazione di un rimedio floriterapico o omeopatico, cioè praticamente acqua, rimedio che nessuno avrebbe la spudoratezza di proporre di somministrare a un essere umano, neppure come ultima risorsa.
4. Il miracolo del recupero della salute il mattino successivo alla somministrazione della cura
5. La mancanza assoluta di informazioni circa lo stato di salute dell’animale nei giorni successivi.
Come anche un bambino può comprendere facilmente, in questi casi si approfitta a mani basse e con un ignoranza imperdonabile per un medico o un veterinario, della coincidenza tra la somministrazione della cura e la guarigione che sarebbe comunque avvenuta a seguito di una notte di recupero delle energie. Altrettanto imperdonabile è affermare che la guarigione sia dovuta al rimedio senza portare la dimostrazione di cosa sarebbe avvenuto se questo non fosse stato somministrato. Ancora, non è accettabile da parte di uno scienziato una affermazione così spudoratamente superficiale, perché attraverso questa leggenda metropolitana si riportano solo i casi in cui alla somministrazione del rimedio sia seguita la guarigione, e non tutti gli altri.
Sotto il profilo psicologico cognitivo è infatti inaccettabile proporre un sillogismo palesemente sbagliato come il seguente:
· L’animale stava male
· Gli ho somministrato una cura alternativa
· Il mattino dopo l’animale stava meglio. Ergo, la cura ha avuto effetto: essa non si fondava sulla suggestione visto che l’animale non poteva rendersi conto di cosa stava assumendo.
Purtroppo, gli errori cognitivi fondati sul sillogismo sopra presentato sono evidenti solo per chi, pur non addetto ai lavori, abbia un minimo di conoscenze di psicologia e del funzionamento dei nostri processi mentali, conoscenze di cui sono deficitarie le categorie dei medici e dei veterinari.
Infatti, ci troviamo di fronte ad alcuni errori cognitivi:
1. l’errore dell’errato collegamento causa effetto. Non esiste alcuna prova, se non quella della consequenzialità temporale, che il rimedio sia stato causa della guarigione. Se infatti non possiamo dimostrare che il rimedio ha prodotto per sue caratteristiche intrinseche dimostrabili una modificazione del metabolismo dell’animale, qualunque evento che si sia verificato tra il momento della massima manifestazione della malattia e quello del miglioramento, può essere causa, o concausa, della guarigione. Per esempio, si potrebbe portare come causa il digiuno cui l’animale (più intelligente, a quanto pare, di alcuni veterinari “omeopatici”) si sottopone naturalmente, cercando di lasciar agire il fisiologico processo di disintossicazione. Allo stesso modo la notte di riposo può essere considerata un ottimo rimedio, utilizzato da quando esistono le forme di vita ed efficace ben prima della nascita dell’omeopatia. C’è poi semplicemente il tempo che passa, e che permette lo svolgimento di quei processi di autoguarigione di cui noi esseri viventi siamo dotati.
2. L’errore di frequenza: si attribuisce rilevanza di prova scientifica a un fatto o a una serie di fatti isolati senza prender in considerazione le prove contrarie. Quello che i sostenitori di questa affermazione si dimenticano di dire è che non solo non esiste una sola prova scientifica di essa, ma che per ogni fenomeno di guarigione straordinaria, dovuto al rimedio omeopatico, ne esistono almeno altrettanti in cui esso non ha funzionato minimamente.
3. L’errore nel procedimento induttivo: si costruisce sul nulla una legge che spiegherebbe la guarigione con l’assunzione del rimedio omeopatico, senza osservare le regole del corretto metodo induttivo, il quale richiede che vengano effettuate sperimentazioni e che una legge possa essere “proposta” solo quando sia provato che non esistano, o siano irrilevanti, prove contrarie. Qui invece si tace spudoratamente sugli innumerevoli casi in cui l’omeopatia non ha funzionato.
Ma al di là della categoria delle credenze del genere “guarigioni overnight”, si considerino i seguenti esempi di pessima divulgazione scientifica, ad opera di medici veterinari “alternativi” o di aziende in vago odore di conflitto di interessi. Anche nei casi seguenti ci troviamo di fronte ad esempi di tentativi di garantire una certa coerenza cognitiva e validità a cure prive di fondamento, attraverso l’adozione di strategie di evitamento della realtà dei fatti.
Per esempio, sul sito della Boiron, si legge che i farmaci omeopatici “hanno sempre trovato un’applicazione nella medicina veterinaria: sin dal 1833, un medico tedesco, Guillaume Lux, curava alcune affezioni dei cavalli e dei bovini avvalendosi di quattro medicinali omeopatici”.
A parte la considerazione maliziosa per cui gli unici siti che riportano dati (o presentati come tali) relativi a ricerche sui farmaci omeopatici sono solo quelli delle aziende farmaceutiche che li producono, si considerino le seguenti critiche a commento di quanto affermato sul sito citato:
· Senza bisogno di essere animalisti, si provi a immaginare se anche per i farmaci destinati agli esseri umani, si provasse a sostenere la loro efficacia facendo riferimento al fatto che “da molto tempo si utilizzano” e che un medico tedesco di quasi due secoli fa li utilizzava.
· Il testo fa riferimento ad “alcune affezioni”. Quali sono? Quelle che sarebbero guarite da sole, oppure malattie gravi? E perché solo alcune affezioni, se il principio di base dell’omeopatia, come delle medicine alternative, è quello che un riequilibrio può guarire ogni malattia? E perché solo quattro rimedi?
Il testo che dovrebbe riportare le ricerche cliniche su animali trattati con farmaci omeopatici, continua poi, data per scontata e non provata “l’efficacia riscontrata con i medicinali omeopatici”, facendo riferimento a un “sempre maggiore interesse” di allevatori e veterinari per l’omeopatia e al fatto che siano stati “provati con esito favorevole da numerosi allevatori”. Curioso: si pensi di usare le stesse parole con riferimento a farmaci destinati all’essere umano e si immagini quindi che la nostra salute possa essere fondata sul sempre maggiore interesse dei medici (l’interesse, si noti, e non l’efficacia) per i farmaci che prescrivono.
Non mi sembra difficile osservare come la terminologia e il tono di queste affermazioni ricalchino quelle di un qualsiasi articolo pubblicitario che enfatizzi le qualità di un prodotto attraverso i dati di vendita. L’errore cognitivo evidente è quello di sviare l’attenzione del lettore dai dati relativi all’efficacia verso i dati relativi all’interesse che questi rimedi sollevano, e, conseguentemente, indurre l’equivalenza: sempre maggiore interesse = sempre maggiore efficacia. Si pensi poi a quale fiducia potremmo riporre in un farmaco che, anziché testato per anni in laboratorio, poi sugli animali e poi sull’essere umano, fornendo dati sulla sua efficacia nella cura di specifiche patologie, sia stato semplicemente “provato con successo” (si pensi al medico di base che, per un qualunque disturbo, ci prescriva un certo farmaco mai sperimentato in laboratorio e sull’essere umano, solo perché altri suoi colleghi lo hanno provato con successo).
Questa strategia di evitamento continua poi facendo riferimento ai vantaggi che questi farmaci offrono, specie in confronto alle cure tradizionali, in termini di minore tossicità e minori costi (il che è ovvio, dal momento che dal punto di vista biochimico non sono altro che acqua, non possono che essere atossici ed economici, proprio come l’aria fritta o gli incantesimi).
Proseguendo nella lettura alla ricerca di qualche dato serio, leggiamo solo quali sono le indicazioni per le quali l’omeopatia si è dimostrata particolarmente efficace: patologie cutanee, del sistema nervoso, digestive e legate all’invecchiamento dell’animale. Anche per gli animali, si tratta ancora una volta di un elenco di patologie fluctuating, cioè quelle che sono soggette a remissione spontanea, che presentano fisiologicamente una riduzione dei sintomi dopo la fase acuta, oppure malattie, come quelle legate all’invecchiamento, in cui tutto quello che i farmaci possono fare non è certo di risolvere il problema, ma solo di renderlo più sopportabile. Il che implica una valutazione molto soggettiva e oggettivamente impossibile per il fatto che il miglioramento avviene solo col passare del tempo e quindi si scontra sempre col processo degenerativo in atto.
Un altro errore cognitivo in cui è facile cadere è proposto con la dichiarazione di una veterinaria francese, Marie-Noelle Issautier, che afferma, senza fornire notizie sulla fonte del dato, che: “il 10% dei veterinari francesi utilizza regolarmente l’omeopatia”. Si consideri che:
· Il fatto che un veterinario utilizzi regolarmente l’omeopatia non significa che essa sia efficace, ma può anche significare che il professionista la utilizzi solo quando non ha altre armi a sua disposizione e, a quanto pare, senza particolari successi, altrimenti rimedi omeopatici che abbiano risolto patologie per cui si erano perse speranze dovrebbero essere utilizzati da tutti, in tutto il mondo. Il dato non esclude, anzi autorizza a pensare che il veterinario possa utilizzare i rimedi omeopatici solo per disturbi lievi, come placebo e palliativo, per affezioni che sa che stendano a risolversi da sole. Di ben diversa portata sarebbe stata l’affermazione che il 10% dei veterinari francesi utilizza solo l’omeopatia. Se non lo fa, logica vuole che questa sia inefficace.
· Capovolgiamo il dato e verifichiamo cosa ne consegue logicamente: se, come è stato ripetuto più volte, l’omeopatia, diffusa in Francia da parecchi decenni, fosse davvero così efficace e priva di effetti collaterali come si afferma, anche solo per la cura di una patologia, nulla e nessuno al mondo impedirebbe a tutti i veterinari di utilizzarla. Pensare che il 90% dei veterinari francesi, che pur conosce l’esistenza dell’omeopatia, continui a utilizzare farmaci costosi e con effetti collaterali negativi, è assurdo (il 10% degli animali da allevamento francesi significa decine di milioni di animali). Tanto più che proprio lo stesso Ordine dei medici veterinari, di fronte a prove così evidenti della loro efficacia, a dire dei loro sostenitori, dovrebbe sanzionare al contrario l’uso di farmaci in sostituzione degli omeopatici. Questo perché il codice deontologico medico prescrive che il medico utilizzi sempre, a parità di condizioni, il rimedio che offra le maggiori garanzie di efficacia a fronte di minori effetti negativi collaterali. Proprio ciò che presuntuosamente l’omeopatia afferma di poter offrire. Come una veterinaria italiana, la dott.ssa Casalvolone, ci conferma, le patologie degli animali, da allevamento o da compagnia, per le quali è importante una cura efficace, non sono mai curate con l’omepatia: quando la sopravvivenza o l’efficienza psicofisica dell’animale è a rischio vero, nessuno si rivolge all’omeopatia.
· Poiché questi medicinali, secondo quanto sopra affermato (dalla azienda che li produce, lo ricordiamo) sono efficaci, atossici, economici, privi di effetti collaterali, si potrebbe logicamente dedurre che circa il 10% degli animali curati in Francia si ammala meno che in Paesi dove essa non è utilizzata, o anche rispetto agli stessi animali francesi non curati con l’omeopatia. Il che, ovviamente non risulta (se risultasse, i sostenitori di questa tesi non si sarebbero certo fatti scappare l’occasione di pubblicizzare il fatto in maniera eclatante).
· Il motivo principale per cui utilizza l’omeopatia, spiega la veterinaria francese, è perché questo 10% di suoi colleghi “è convinto della sua efficacia”. Qui abbiamo la testimonianza della nostra affermazione: la medicina alternativa (qui rappresentata dalla sua disciplina più studiata, diffusa e accreditata), è una semplice credenza. In realtà nessun medico, o veterinario può utilizzare qualsiasi tipo di cura per sua convinzione. La convinzione, in medicina e nella scienza, non esiste, essendo stata sostituita, da parecchi secoli (diciamo con Galilei) dalla prova empirica e dalla caratteristiche scientifiche e misurabili di efficacia e ripetibilità.
· Il secondo motivo, almeno altrettanto assurdo, per cui il 10% dei veterinari francesi utilizza l’omeopatia, è “per rispondere alla richiesta dei proprietari di animali da compagnia, loro stessi abituati a curarsi con l’omeopatia”. Valgono le stesse considerazioni fatte a proposito del primo motivo addotto: il medico non usa una cura piuttosto che un’altra a seconda di quale gli venga richiesta; è lui che deve decidere; e ai fini della sua decisione, solo i dati scientificamente supportati e non certo le credenze sue e dei suoi pazienti devono essere presi in considerazione.
· Dove si toccano però le punte più ardite di stupidità umana, (trattandosi di affermazioni che provengono da veterinari, che pur curando gli animali, dovrebbero sempre ragionare come esseri umani), è quando si afferma, en passant, come ultimo motivo, che esiste un obbligo legale per gli allevamenti biologici di ricorrere prioritariamente all’omeopatia. Tale obbligo non ci risulta, e starebbe a dimostrare, ancora una volta, come il wishful thinking porti a negare la realtà dei fatti, a inventarne di sana pianta e sia incompatibile con il metodo scientifico (cui dovrebbe fare riferimento un’azienda farmaceutica e la veterinaria in questione).
Ma se anche così fosse, starebbe a dimostrare solo che se lo si utilizza, è solo perché la legge lo impone. E se la legge lo imponesse ciò non dipenderebbe nella maniera più assoluta dal fatto che queste cure alternative sono più efficaci, ma solo perché, come risulta approfondendo la lettura dello stesso sito web, non sono dannose (il che ci riporta all’origine dell’omeopatia e alle epidemie di colera, come esaurientemente esemplificato al paragrafo 5 . 4 .).
L’articolo conclude con le solite affermazioni, cui chiunque operi nel settore si è ormai assuefatto: si parla di “risultati spettacolari”, di risoluzione di tre casi su cinque con l’omeopatia, mentre l’allopatia risolverebbe pochissimi casi, e altre affermazioni di questo tenore, tutte accomunate dal solito patetico pressapochismo e dalla assoluta mancanza di riferimenti e prove di quanto affermato con tanta prosopopea.
Si noti come al di fuori dell’ambito scientifico sia invalsa l’abitudine, anche tra i medici alternativi, di descrivere i risultati della loro attività professionale in termini di prodigi o di spettacoli con effetti speciali entusiasmanti, proprio come ogni sciamano faceva quando, essendo a conoscenza, a differenza del suo popolo, dell’imminenza di eventi legati al clima, o all’astronomia, come inondazioni o eclissi solari, presentava le stesse come segno divino e il proprio intervento come spettacolarmente risolutivo della crisi.
Ciò che stupisce (ma solo fino a un certo punto, come avremo modo di cercare di spiegare tra poco) è il candore infantile, al limite della dabbenaggine e della stupidità, con cui professionisti appartenenti alla classe professionale forse più stimata al mondo, formatisi in decenni di studi rigorosamente scientifici, si lancino in affermazioni ridicole e pericolose.
Uno dei tanti siti dedicati all’omeopatia, per esempio, proclama “Ultime notizie: anche i cavalli amano l’omeopatia” (in http://www.smbitalia.org/notizie/articoli/cavalli.htm, 13-06-07, ore 11,35). L’articolo, scritto da un medico, il dottor F. Lenna, è una tenera e quasi patetica ammissione di amore per la razza equina da parte di un medico allevatore, convertitosi all’omeopatia all’età di vent’anni perché “una persona a me cara con l’omeopatia è guarita dopo varie e pesanti cure farmacologiche”. Già da questo accenno iniziale si noti come in maniera fideistica e poco scientifica il medico in questione attribuisca la guarigione a un evento apparentemente miracoloso e non, come sarebbe ovvio, alle cure farmacologiche (le quali hanno finalmente prodotto effetto in ritardo, quando già il paziente le aveva abbandonate per rivolgersi all’omeopatia, oppure proprio perché ha abbandonato cure farmacologiche sbagliate, per cui l’organismo, privo finalmente delle sostanze tossiche che mantenevano viva la sua malattia, è potuto guarire naturalmente).
Non è detto che le cose siano andate così come mi sono permesso di suggerire, ma è certo che questa è una possibilità che invece è stata scartata a priori, per la voglia di credere (wishful thinking) in una pratica alternativa anziché affrontare la scomoda realtà dei fatti.
Che poi uno scienziato affermi di “credere” in una terapia, e la somministri ai suoi pazienti, non in base a dati scientifici, ma a un’esperienza personale, dovrebbe automaticamente condurlo alla radiazione dall’albo dei medici. Si consideri, infatti, che, prescindendo dal mancato rispetto per la scienza che qui viene dimostrato, la stessa conversione avrebbe potuto logicamente avvenire se la persona fosse guarita dopo essersi rivolta alle cure di un astrologo, un mago brasiliano o qualunque guaritore che avesse utilizzato formule magiche o pozioni anziché cure mediche. Il che avrebbe dovuto indurre il medico in questione, secondo la logica, a convertirsi alla magia e a scrivere un articolo dal titolo: “anche i cavalli amano la magia”.
L’articolo è un elenco di “guarigioni” di cavalli da disturbi che non possono essere definiti vere e proprie malattie (tant’è vero che il medico in questione non parla mai di diagnosi), ma solo di comportamenti o squilibri metabolici non gravi: si parla di coliche gassose, gas intestinali, eccesso di emotività, irregolarità del ciclo mestruale, gravidanza isterica, e si riferisce dell’efficacia dei rimedi omeopatici per “drenare e far spurgare il pus o per stimolare gli anticorpi”.
In tutti questi casi il medico non parla di studi clinici, di accertamenti diagnostici e di esami di laboratorio documentabili, ma di sue personali e occasionali esperienze, riferisce di “aver impiegato con successo” questi rimedi, di “dimostrazione di efficacia”, di “ritorno alla normalità”, in casi che anche qualunque persona priva di conoscenze medico-veterinarie comprende trattarsi di disturbi che si sarebbero risolti da soli, e non certo di malattie infettive come il tetano o altre gravi patologie. Si noti ancora una volta come non c’è il minimo accenno a valori clinici tornati nella norma o di malattie diagnosticate e curate con l’omeopatia per impotenza della farmacologia. Il successo è sempre legato a un “miglioramento” della condizione di salute, o altri parametri non misurabili o comunque non misurati, come l’accresciuta capacità di resistere alle infezioni, l’aumento di vitalità, la velocità di recupero da traumi, e così via. Tutti dati privi di significato se non raccolti e testati secondo il metodo scientifico e specialmente se non raffrontati con quelli che emergono dall’osservazione di gruppi di controllo. Si tratta cioè di quegli errori di metodo che nessuno scienziato degno di questo nome commetterebbe. Ma il primo errore è quello di presentare come casi clinici, clinicamente e scientificamente osservati e trattati, situazioni che rientrano solo nel campo dell’interpretazione.
Per terminare, ci sembra interessante riportare lo scambio di informazioni tratto dal forum del sito:http://www.mercuriogroup.it/equinet//index.php?showtopic=1875 (20-07-07). Alla domanda (harry, 05-12-2003, 21,42) : “Salve, mi chiamo Harry ed ho appena preso una stupenda purosangue inglesina, vorrei poterla trattare con i rimedi omeopatici in modo da darle una prevenzione alle malattie. Chi può aiutarmi?”, un frequentatore del sito per appassionati di cavalli risponde: “ salve Harry, benvenuto tra noi. Non credo di poterti essere d’aiuto perché non credo molto nell’omeopatia. Ci sono malattie, vedi il tetano, che si previene solo con il vaccino o la piroplasmosi…Poi, quando serve un antibiotico non si può scherzare, è quello che va usato. Insomma, grazie a Dio ci sono medicinali davvero efficaci, soprattutto in casi estremi usiamoli tranquillamente; abbiamo la fortuna di vivere in un epoca in cui possiamo salvare i nostri cavalli da molti guai che capitano o che si vanno a cercare. (…) Come prevenzione nulla di meglio che vita sana, buon fieno, ottimo mangime, giusto lavoro, paddock quanto più possibile e un padrone che si cura di lui.”
Insomma, questa ossessione delle medicine alternative per la cura a tutti i costi sembra essere una forma di compensazione alla incapacità di entrare in sintonia con l’altro, di empatia e di ascolto. Tutte le terapie alternative si fondano su rituali più o meno complessi che fungono da mediazione nel rapporto con il malato, sostituendo cioè al “prendersi cura” la cura a tutti i costi.
In conclusione, la mia opinione a proposito dell’efficacia dei rimedi alternativi su animali o coloro che non possono beneficiare dell’effetto placebo è che questi rimedi funzionano anche su tutti coloro che sono privi di coscienza e incapaci di intendere e di volere, ma in base a un meccanismo che non ha nulla di misterioso. Per comprendere come ciò sia possibile è necessaria però una apertura mentale che consenta di prendere in considerazione la salute della persona come insieme di fenomeni complessi, in un’ottica sistemica e non in quella riduzionistica dei seguaci delle medicine alternative, i quali non riescono a concepire la salute se non come assenza di malattia, e la malattia come evento isolato, isolabile e soggetto solo ed esclusivamente all’azione di farmaci.
Infatti, nel caso di somministrazione del rimedio a un essere vivente cosciente, ma che si suppone non sia dotato della capacità di essere suggestionato e influenzato dalla conoscenza del fatto che quello che gli si sta somministrando è un rimedio omeopatico, l’effetto placebo agisce sempre e comunque. Anche se non sa che cosa gli si sta propinando, se farmaco, o altro, anche se non si accorgesse neppure di assumere qualcosa avente scopo terapeutico, perché per esempio, sciolto e mimetizzato nell’acqua da bere, per esempio, il malato si rende perfettamente conto che qualcuno si sta prendendo cura di lui.
Del resto, se, come afferma l’omeopatia, causa della guarigione non è l’acqua di cui è materialmente costituito il rimedio, ma è l’informazione in esso contenuta, ritengo molto più plausibile che a produrre l’effetto terapeutico possa essere piuttosto un altro tipo di informazione, e cioè l’affetto, l’amore, il desiderio di far guarire che la mamma, il padrone dell’animale, il medico o il terapeuta trasmette necessariamente nel momento in cui somministra il rimedio.
Dal momento che stiamo parlando di forze immateriali e non misurabili, perché dovrebbe aver valore, per esempio, una traccia di rame oligoelemento o di fiori di Bach per ridurre la febbre del bambino, e non la carezza e l’affetto che accompagna la carezza della mamma? E’ un peccato che l’argomentum ad credulitatem impedisca a persone intelligenti e colte di fermarsi alle apparenze di comodo, e a non andare più a fondo.
Nel caso di somministrazione a persone prive di coscienza esiste poi una buona percentuale di guarigioni cosiddette spontanee, dovute cioè all’intervento di quei meccanismi di autoguarigione che tutti noi conosciamo, e che necessitano solo di tempo e di riposo per poter agire, anche se ovviamente, non sempre “funzionano”. Infatti, essi funzionano praticamente sempre nel caso di un semplice raffreddore o di emorragia fisiologica (mestruazioni) o per ogni disturbo di lieve entità, legato a fattori contingenti e variabili; funzionano molto meno se il soggetto è già debilitato per altri motivi. Meno ancora su casi gravi, sui quali, però, del resto, neppure la medicina assicura la guarigione.
Si tratta dello stesso stratagemma utilizzato dalla Boiron per pubblicizzare il suo vaccino contro l’influenza (si veda in proposito l’errore da risultato sostitutivo nelle pagine precedenti).
Si consideri che le ultime stime indicano la presenza in Francia di 80 milioni di bovini, 9 di ovini e 16 di suini, per non parlare di tutto il pollame (in www.ceja.educagri.fr/ite/pays/fran/htm, del 20-07-07, ore 19, 32).
Le ricerche in proposito da noi effettuate non conducono a nessuna normativa francese che imponga l’uso di farmaci omeopatici in sostituzione degli allopatici. Anzi: si veda l’interessante articolo in proposito “Confronto tra le norme sanitarie del regolamento 1804/99, le norme attuative di alcuni Paesi dell’UE e le legislazioni extraeuropee, di Carmela Tripoldi su http:// isz.it/ZootecniaBiologica/Allegati/Aspetti Sanitari/pdf, e si noterà che la legge parla solo di limitazioni all’uso di farmaci allopatici. In realtà lo stesso sito della Boiron riporta la notizia che in Europa esiste solo una raccomandazione della Direzione generale dell’alimentazione all’uso di prodotti omeopatici per ottenere il marchio “bio”. Oltre che non essere vincolante, tale raccomandazione, lungi dal riconoscere l’efficacia dell’omeopatia, riconosce soltanto che essa non è dannosa per gli animali (e come poterebbe esserlo, dal momento che dal punto di vista biochimico, ciò che interessa appunto alla Direzione, è costituita solo di acqua?).