Per efficacia di un intervento terapeutico, di una cura o di un rimedio, si intende la sua capacità di modificare la normale storia evolutiva di una malattia, intervenendo positivamente sulla specifica condizione in esame, e non semplicemente sullo stato di salute generale della persona (Pedon, Gnisci, 2004). In altri termini, una cura, per essere efficace, deve agire in maniera appropriata sulla specifica causa della malattia, rimuovendola, se possibile definitivamente, o rendendola perlomeno tale da permettere di condurre un’ esistenza priva di dolore e limitazioni. In termini clinici si definisce efficace quel trattamento o quella terapia capace di aumentare la sopravvivenza dei pazienti trattati, di ridurre le conseguenze negative legate alla storia evolutiva della malattia in questione oppure di agire positivamente sui sintomi provocati dalla malattia, ad esempio riducendo il dolore (Mauri, Tinti, 2006; Murray, Pizzorno, 2000; Pedon, Gnisci, 2004).
Qualunque sia l’obiettivo terapeutico che ci si propone, è necessario che l’efficacia di una cura sia valutata a condizione che siano rispettati principi ormai condivisi da tutta la comunità scientifica: bisogna produrre prove tangibili della capacità (pur se parziale) di raggiungere gli obiettivi dichiarati. In campo internazionale questa prova prende il nome di evidenza di efficacia (evidence of effectiveness; Gray, 1997; Sackett 1996) e permette di sostenere che, sulla base dei risultati della sperimentazione, il trattamento in esame ha dimostrato di saper produrre il risultato inizialmente promesso.
Lo “studio clinico randomizzato” (randomised controlled trial) rappresenta un valido strumento che la comunità scientifica ha sviluppato per valutare l’efficacia di una terapia (Pedon, Gnisci, 2004, Moerman, 2004). Esso prevede che la cura in esame venga somministrata a tre gruppi di pazienti affetti da quella particolare malattia che la cura intende guarire. L’andamento della cura e i suoi risultati sono valutati non di per sé, ma nel confronto tra i gruppi (di uguale consistenza e con le medesime caratteristiche del primo, ma i cui componenti sono distribuiti a caso tra i tre gruppi). Al primo gruppo viene somministrata la cura che si intende testare, al secondo, il gruppo di controllo o di storia naturale, non viene somministrata nessuna cura, il terzo è il cosiddetto gruppo placebo. Perché una terapia sia considerata efficace nella cura di una certa malattia essa deve dimostrare di produrre un effetto superiore a quello generato dal solo effetto placebo e a quello che si produce attraverso il ripristino fisiologico dell’omeostasi, legato al trascorrere di un certo periodo di tempo, diverso per ogni malattia e ogni paziente, e evidenziato dal gruppo di storia naturale.
Un secondo principio imprescindibile di ogni ricerca medica è quello della cecità del trial. Essa garantisce la minima interferenza possibile, consapevole o meno, sull’andamento e i risultati del trattamento, da parte del rilevatore (singolo cieco) il quale non deve conoscere il tipo di trattamento somministrato a ogni paziente, e dello stesso paziente (doppio cieco), il quale, sapendo di partecipare a un trial scientifico potrebbe lasciarsi influenzare dalla maggiore o minore fiducia nel trattamento proposto. Nel caso di trials in doppio cieco la cecità è possibile quando sia il medico sia i due gruppi trattati ricevono trattamenti diversi nel principio attivo, ma assolutamente indistinguibili nella forma (Pedon, Gnisci, 2004).