LA SOFFERENZA PSICOLOGICA.
Introduzione:
Si consideri il breve passo seguente:
(…) “ Mi morde! Mi morde !” mormorò Roderick. Con questa esclamazione, la più frequente sulla sua bocca, il disgraziato si strinse le mani contorte sul petto come se una trafittura insopportabile o un tormento lo spingesse a lacerarlo per espellere quel vivente malanno anche se esso fosse stato attorcigliato strettamente alla sua stessa vita. (…). Cosa poteva essere a morder il petto di Roderick Elliston? Era il dolore? Era soltanto lo spasimo di una malattia del suo corpo? O nel suo modo avventato di vivere, che spesso rasentava la dissolutezza, se non vi si era addirittura sprofondato, egli si era reso colpevole di qualche misfatto che condannava il suo petto alla stretta delle zanne mortali del rimorso? Esistevano motivi plausibili per ciascuna di queste congetture; ma non si può nascondere che più di un anziano gentiluomo, vittima della buona tavola e di neghittose abitudini, aveva solennemente dichiarato che il segreto di tutta quella storia era soltanto la dispepsia!” (Hatworne, 1982, p. 127).
In questo breve frammento tratto dal racconto di Hawthorne: “Egotismo; o il serpente nel seno”, sono riassunti, a nostro parere, i temi principali che riguardano la nostra indagine conoscitiva sulla sofferenza psichica. Si noti, infatti, come l’autore descriva la difficoltà, sia per la vittima del dolore, sia per coloro che ne hanno conoscenza indiretta, di dare un nome a questa sofferenza. La quale è indubbiamente tale, e localizzata nel petto, dove tradizionalmente, in tutte le culture e in ogni epoca, gli uomini hanno localizzato la sede dell’anima, dei sentimenti, delle emozioni (persino della nostra mente, almeno secondo Aristotele). Non manca, in prima battuta, chi cerca di ricondurre tale sofferenza alla causa più facilmente identificabile, quella della malattia organica; eppure, pur trattandosi di un tormento, esso viene più facilmente attribuito a una causa psichica e comportamentale, legata magari allo stile di vita del protagonista, dando cioè per scontato ciò che tutti noi abbiamo sperimentato, e cioè l’esistenza di una condizione di dolore che non trova la sua origine in un disturbo del corpo, ma in un profondo conflitto psichico. C’è quindi, se non nel mondo scientifico, almeno in quello della letteratura e dell’arte in genere, la piena consapevolezza che, forse, lo stile di vita (il “suo modo avventato di vivere”) e, nel caso in esame, il rimorso – che racchiude in sé innumerevoli emozioni complesse e diversi stati d’animo – possano essere di per sé causa di dolore, psicologico, ma paragonabile per intensità a quello fisico.
Gli scrittori, e tutti coloro che hanno descritto il dolore psicologico, hanno da sempre notato come la maggior parte delle esperienze dolorose (cioè definite tali da chi le ha vissute) sono quelle che riguardano la perdita di importanti legami sociali. In moltissime culture diverse il linguaggio prevede l’uso degli stessi termini per descrivere esperienze di dolore fisico come quelle di dolore conseguente a grave distacco o esclusione sociale.
Ci chiediamo se questa sovrapposizione di terminologia rispecchi una sostanziale coincidenza di sentimenti e di percezione tra dolore fisico e psicologico, oppure se nel secondo caso si debba parlare soltanto di licenza poetica. Se la nostra ipotesi è corretta, e cioè se è possibile parlare propriamente e scientificamente di dolore e sofferenza anche in assenza delle caratteristiche tipiche del dolore fisico, potremo allora formulare una serie di ipotesi derivate e conseguenti, in modo da creare le basi e i presupposti ontologici ed epistemologici per ulteriori ricerche sul tema della sofferenza psicologica. Se infatti di dolore si tratta, è possibile che le sue conseguenze siano in qualche modo sovrapponibili a quelle che si producono nel caso di dolore fisico, sia esso acuto o cronico, e che quindi la mancata elaborazione del dolore sociale possa essere finalmente considerata a pieno titolo una delle componenti di disturbi o patologie, fino ad oggi ritenute estranee all’influenza della sofferenza psicologica.
Una consultazione approfondita, relativa alla panoramica della letteratura internazionale nell’ambito dell’analisi del dolore, mette in evidenza un dato universale e assoluto: il dolore è sempre concepito, innanzitutto e principalmente, come dolore fisico. È altresì interessante notare come, quando si cerca qualche definizione o una qualsiasi ricerca su di esso inteso come dolore psicologico, si è costretti inevitabilmente a ritornare sul dolore fisico, come se il primo fosse sempre dipendente dall’altro e non fosse quindi meritevole di una sua ontologia, una eziologia e neppure una teleologia propria.
Infatti, la letteratura scientifica esistente in tema di sofferenza psicologica riporta quasi esclusivamente studi e ricerche relative a patologie organiche o psicosomatiche, nelle quali la sofferenza psicologica non ha mai un ruolo e una esistenza a sé stante, ma è sempre conseguenza di una sofferenza a livello fisico, di solito di una malattia già diagnosticata.
Non nascondiamo che uno dei principali obiettivi di questo lavoro è anche, in un periodo storico in cui la “terapia del dolore” sta finalmente recuperando la sua importanza in ambito medico, quello di restituire dignità alla sofferenza psicologica e richiamare l’attenzione delle scienze mediche, umane e sociali su una condizione a torto trascurata e misconosciuta per il solo fatto che essa, a differenza del corrispondente dolore fisico, non è visibilmente, immediatamente e direttamente associata a nessuna patologia.
La sofferenza psicologica, e specialmente quella sociale, è stata, per ragioni culturali, confinata all’ambito della “semplice” condizione mentale, cioè immateriale e quindi, in pratica, non rilevante né significativa se non per il suo significato spirituale assegnatole da alcune religioni. La medicina, che opera solo su evidenze organiche o su manifestazioni e anomalie di comportamento gravi (le malattie mentali), rifiuta per principio di prendere in considerazione lo stato d’animo del paziente, se non quando esso ha già condotto all’emersione di una patologia. Neppure la psicologia, dalle origini ad oggi, ha mai ritenuto la sofferenza psicologica degna di osservazione e di studio, preferendo dedicarsi all’analisi dei processi mentali che fossero ricollegabili a precise attivazioni di aree neurali, o legate a patologie e disturbi mentali. Solo la psicoanalisi e le sue infinite derivazioni e correnti, tra cui la fondamentale teoria dell’attaccamento di Bowlby, si sono occupate della sofferenza psicologica, ma anche, qui, cercando di ricondurla a schemi e classificazioni psicodiagnostiche, piuttosto che considerarla degna di attenzione e di cura in sé.
Di conseguenza, la sofferenza psicologica è stata, e ancora oggi è considerata, una forma di turbativa dell’anima o della mente, la cui cura, gerarchicamente meno importante di quella per il dolore fisico, doveva essere affidata alla Chiesa, nel primo caso, oppure a psichiatri e carcerieri nel secondo caso. Ancora oggi, spesso, la sofferenza psichica evoca sentimenti di vario tipo: sospetto, disprezzo, compatimento, allarme, ma mai quelli di cura e di empatia terapeutica. Essa resta ancora oggi una condizione da vivere quasi come un “peccato” o comunque una condizione spregevole di debolezza, da patire in solitudine, da non mostrare in pubblico (“Un vero uomo non piange”).
Questa ingombrante zavorra culturale trovava la sua giustificazione nel fatto che, come dicevamo, appartenendo all’anima, e non al corpo, essa non era di competenza della scienza medica, (la quale, del resto, non sapeva neppure come curarla) e quindi poteva benissimo essere delegata alla cura dei sacerdoti, tutt’al più di guaritori, o, nei casi più gravi, relegata e confinata all’interno degli ospedali psichiatrici. Noi riteniamo, invece, con una buona dose di presunzione, di poter dimostrare come la sofferenza psicologica costituisca sempre un fattore in grado di condizionare la salute dell’uomo, e quindi di produrre conseguenze di non lieve entità nella genesi e nello sviluppo di patologie organiche o funzionali.
Forse, quando la sua importanza sotto questo punto di vista sarà riconosciuta anche dalla classe medica, si potrà persino cominciare a prendersi cura delle persone senza separare gli aspetti biochimici da quelli mentali, e persino a considerare questi ultimi meritevoli di particolare attenzione ai fini della guarigione.
Dal libro: “Disagio e sofferenza psicologica”, di Guido A. Morina