
Il ricorso alle medicine alternative è spesso giustificato o dalla necessità di risolvere un problema di salute che la medicina convenzionale non è riuscita a gestire, o perché la cosiddetta “biomedicina” non ha “prodotto i risultati desiderati” (Sacks 2003, p.113). “Alcuni cercano in esse sollievo alla disperazione di fronte a una malattia terminale, altri utilizzano queste cure per semplice mantenimento dello stato di salute” (Sointu 2006). Il fatto che il ricorso alle cure alternative sia motivato da considerazioni o preoccupazioni legate più alla salute e al corretto stile di vita che alla malattia, è confermato anche da una ricerca italiana sulla medicina non convenzionale (Format, 2003).
La ricerca Format del 2003 è una ricerca di mercato del tipo multiclient condotta da un istituto specializzato su un campione statisticamente significativo della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni, con una numerosità campionaria di 865 individui. Il campione era di tipo proporzionale, stratificato a due stadi: aree geografiche (primo stadio) e ampiezza dei centri demografici (secondo stadio). Il campione è stato inoltre controllato utilizzando i seguenti caratteri delle unità statistiche: sesso, classi di età, stato civile, utilizzando l’Istat come fonte per la distribuzione della popolazione.
Le risposte che ci interessano, ai fini del presente lavoro, sono state date in relazione alle seguenti domande:
- i primi items si riferiscono al grado di diffusione delle medicine complementari valutato secondo le risposte a domande circa il ricordo, spontaneo o sollecitato, della loro esistenza. (items n° 1e 2)
- i successivi si riferiscono al ricorso ad esse (items n° 2, 3,4)
- le domande 5, 5 bis, 6 e 7 si riferiscono alla loro utilità, come percepita dagli intervistati.
- l’item n° 15 chiede: “Per quali problemi avete fatto uso di terapie non convenzionali nell’ultimo anno?”
La risposta all’item n° 7 (per quale motivo ritiene utili le terapie non convenzionali?) mostra inequivocabilmente che il ricorso ad esse è paradossalmente giustificato dall’esigenza di non subire effetti dannosi indesiderati dalla cura, piuttosto che ottenere la guarigione: oltre il 30,5% degli intervistati ritiene utili le terapie non convenzionali per la loro minore tossicità, il 10,6% perché “sono cure più naturali”, l’11,2% perché “sono l’alternativa alla medicina convenzionale”, mentre solo l’8,7% perché sono anche più efficaci. È piuttosto sorprendente la componente ideologica di queste risposte, che evidenziano più una preoccupazione per gli effetti dannosi delle cure tradizionali rispetto alla valutazione in positivo delle cure alternative.
Le medicine alternative rappresenterebbero quindi una sorta di ripiego dopo aver preventivamente sperimentato l’inefficacia delle cure tradizionali, oppure possono essere vissute come una forma di primo soccorso della salute, quando il disturbo lamentato non è grave, o prima che possa diventarlo. Nel primo caso ci si rivolge alle medicine alternative quando quelle convenzionali hanno fallito, e cioè ex post. Nel secondo caso ci si rivolge alle medicine alternative in via preventiva quando il disturbo non è valutato o percepito come grave, per evitare di dover ricorrere alle cure mediche e specialmente farmacologiche, considerate, come vedremo, piuttosto dannose da una parte della popolazione. Solo in pochissimi casi il ricorso a cure alternative è considerato la scelta primaria, ma mai comunque per patologie gravi o d’urgenza.
Le risposte all’item n° 15 della stessa ricerca (Format, 2003), mostrano come alla domanda: “Per quali problemi avete fatto uso di terapie non convenzionali nell’ultimo anno?” ad eccezione del ricorso all’omeopatia (che viene vissuta come una medicina convenzionale allopatica che però cura con rimedi non dannosi), la percentuale più alta, tra coloro che hanno fatto uso di terapie non convenzionali nell’ultimo anno, è proprio quella di coloro che desideravano migliorare la qualità della loro vita, superiore cioè a quella di coloro che volevano curare patologie croniche o degenerative (6,6% contro 5,8%), mentre circa il 6% si rivolge alle medicine alternative persino per la cura di problemi psicologici (Format, 2003, item n°15).
D’altra parte, che si tratti di disturbi di lieve entità o meno, perlomeno dalla autovalutazione di queste persone emerge il fatto che un miglioramento delle loro condizioni di salute è stato soggettivamente percepito. Per questo motivo ci sembra utile sbarazzare il campo da tutti i possibili fattori di disturbo della valutazione di questa efficacia, per concentrare la nostra attenzione proprio sui reali fattori responsabili di tali effetti positivi. Se cure, rimedi, farmaci omeopatici e trattamenti di tipo “alternativo”, si fossero mai mostrati efficaci nella cura di qualsiasi malattia, avrebbero immediatamente cessato di essere considerati alternativi, per entrare a far parte delle cure proprie della medicina scientifica. Se, come riteniamo, i benefici che tali cure producono non sono legati alle caratteristiche intrinseche delle stesse, ma a fattori psicologici, sarà allora al miglioramento della conoscenza di questi ultimi che dovremo rivolgere la nostra attenzione di terapeuti e di ricercatori. Ciò chiarito e scientificamente dimostrato, sarà possibile approfondire ed estrapolare dal corpus delle medicine alternative quello straordinario patrimonio di elementi terapeutici che fino ad oggi è stato nascosto sotto il velo di fantasiosi e inutili rimedi, rituali, protocolli e manipolazioni pressoché ininfluenti, di per sé, a produrre qualsiasi miglioramento nello stato di salute.
Infatti, quando il recupero della salute non passa attraverso un intervento meccanico-chirurgico, la guarigione e la remissione dei sintomi è legata a una serie infinita di fattori fisiologici e psichici, come i casi delle cosiddette “straordinarie” confermano, rispetto ai quali è spesso impossibile riconoscere quale tra essi sia stato preponderante sugli altri (Hirshberg, Barash, 1995; O’ Regan, Hirshberg, 1993).
Ma al di là di queste situazioni estreme, il fatto stesso che tutte le ricerche medico-scientifiche siano effettuate con studi randomizzati in doppio cieco e contro placebo dimostra quanto fattori estranei alle proprietà “ufficiali” delle cure agiscano positivamente e in maniera spesso sorprendente. Su questa linea si pone il neuroscienziato Antonio Damasio, secondo il quale la medicina ha stentato a riconoscere che la percezione della propria condizione di salute da parte del paziente è un fattore importante per l’esito della cura. “Ancora troppo poco si sa sull’effetto placebo…Si comincia finalmente ad accettare il fatto che disturbi psicologici, lievi o gravi, possano provocare malattie somatiche, ma ancora non si studiano le circostanze – e la misura – in cui ciò può avvenire (Damasio,1995, p. 346 ).