
Il concetto di scienza è nato e si è sviluppato nell’epoca moderna intorno a poche discipline: la matematica, la fisica, la biologia e la chimica. Esso infatti si riferiva esclusivamente a quei sistemi di organizzazione dei dati che descrivessero e spiegassero la realtà utilizzando il linguaggio simbolico matematico, e che quindi avessero per oggetto fenomeni materiali o comunque misurabili.
Filosofia e teologia restavano fuori, o, se si vuole, al di sopra, di questa qualificazione.
Le scienze umane, invece, proprio perché umane, presentavano e presenteranno sempre l’inconveniente di avere per oggetto di studio lo stesso soggetto di studio, cioè il ricercatore, cioè l’essere umano. La realtà della sfera psichica umana è talmente complessa da non poter essere ridotta, come le scienze naturali, all’analisi, descrizione e spiegazione di fenomeni tutto sommato elementari e semplici, come i processi biologici, chimici, meccanici, fisici.
Nell’uomo, a differenza di ciò che forma oggetto dello studio delle scienze naturali, esiste una componente, quella umana, appunto, costituita di coscienza, memoria, capacità di scelta consapevole, programmazione, emozioni e sentimenti, pensieri, linguaggio, ecc, la quale, per la sua quasi infinita complessità, impedisce di ricondurre ogni fenomeno che la riguarda al semplice processo costituito di una elementare relazione di causa ed effetto.
Mentre tra un enzima e la sostanza su cui esso agisce si crea una relazione diretta e descrivibile in maniera deterministica, perché gli elementi che sono implicati nella relazione sono relativamente pochi, osservabili e non riconducono a ulteriori fattori causali (o almeno non fattori in grado di influire in maniera determinante sul risultato), quando si osserva il comportamento umano ci si scontra con un intero universo di fattori, (ognuno dei quali costituisce, in una visione sistemica, un elemento indispensabile per l’esistenza stessa della persona) i quali non possono essere indagati oggettivamente, in quanto, in gran parte, sconosciuti alla stessa persona. Ogni nostra scelta, ogni gesto, ogni pensiero, ogni manifestazione ed espressione di vita è sempre il risultato dell’elaborazione, in gran parte inconscia, di tutta l’esperienza della nostra vita (e probabilmente, anche di una memoria genetica), e non di una singola causa isolata, il che rende impossibile un’ indagine scientificamente condotta sull’infinita catena causale che ha prodotto il singolo fenomeno che stiamo osservando.
Nonostante queste ovvie considerazioni, oggi si tende a considerare scienza qualsiasi disciplina la quale, indipendentemente dal fatto che essa consenta di descrivere e spiegare il modo in cui un certo fenomeno si manifesta, sia tuttavia in grado di fornire di esso una descrizione in termini quantitativi, se non qualitativi. Per questo oggi si parla legittimamente di scienze psicologiche, per esempio, nonostante, a rigore, oggetto di questa nuova scienza siano fenomeni che non rispondono ai requisiti che la scienza classica imponeva. Un’emozione, un sentimento, un pensiero, uno stato d’animo, un tratto di personalità non sono descrivibili direttamente in tutte le loro componenti, e non è possibile classificarli, se non per le loro caratteristiche esteriori. Ma, questo è il punto, essi sono oggetto di studio non per queste ultime, ma per l’insieme di elementi che compongono ciascuna di queste manifestazioni, i quali sono refrattari a qualunque indagine tendente alla loro misurazione oggettiva. L’oggetto delle scienze umane, quindi, a causa della sua complessità (si ricordi il confronto tra esse e i fenomeni naturali, secondo l’esempio del determinismo dei rimbalzi della palla da biliardo, illustrato da Bateson), non può essere oggetto di sperimentazione scientifica “classica” fondata sulle caratteristiche di ripetibilità, intersoggettività, pubblicità, predittività. Non è possibile riprodurre in laboratorio uno stato d’animo, ripeterlo per un numero indefinito di volte, misurarlo, garantire che esso si manifesterà sempre allo stesso modo partendo dalle stesse condizioni iniziali, sia in persone diverse che in tempi diversi. Allo stesso modo, non si può neppure immaginare di descrivere la qualità di un sentimento come l’amicizia, per esempio, o l’odio, o una qualsiasi emozione, se non riducendo la complessità del fenomeno alla semplice descrizione del comportamento osservabile o delle modificazioni neurovegetative. Ma non sono questi gli aspetti che, di solito, interessano lo psicologo.
Dato quindi per scontato il fatto che le regole che giustificano la stessa esistenza delle scienze naturali non sono estensibili a quelle umane, resta da chiedersi in base a quali motivazioni queste ultime possano essere definite Scienze. La risposta si fonda, se si vuole, sul riconoscimento del limite, insito nel metodo scientifico, di non essere in grado di misurare fenomeni eccessivamente complessi e immateriali come quelli che riguardano il comportamento umano. Ma la scienza non può limitarsi ad osservare solo i fenomeni misurabili.
Per questo motivo, nello stesso periodo in cui la crisi del comportamentismo e della pretesa della psicologia di ridursi all’osservazione dei soli fenomeni misurabili cadeva rovinosamente, la madre di tutte le scienze, la fisica, si apriva alla meccanica statistica, riconoscendo l’impossibilità di descrivere fenomeni complessi in termini rigidamente deterministici. La scienza stessa, allora, quando riconosce che sia impossibile, allo stato delle nostre conoscenze, descrivere e spiegare le modalità di svolgimento del processo osservato, a partire dalla causa più remota, si limita a pretendere, perché una disciplina possa essere qualificata scienza, che essa adotti rigorosamente il metodo scientifico in tutte le fasi della sua attività, da quella dell’impostazione del disegno di ricerca, dalla raccolta e interpretazione dei dati, fino alle conclusioni e alle applicazioni pratiche, rispettando i criteri e le regole che essa pone perché il dato che venga presentato come frutto di ricerca scientifica possa legittimamente essere definito tale, e cioè non frutto di opinioni ma di elaborazione secondo regole condivise.
In conclusione, il rispetto del metodo scientifico non richiede che una certa affermazione sia necessariamente supportata dalle prove sperimentali che spiegano come il risultato è stato ottenuto, almeno nei casi in cui questa possibilità sia intrinsecamente impossibile da dimostrare, come è regola per quanto riguarda i processi psichici. Può essere sufficiente accertare che questo risultato è legato da un rapporto di consequenzialità con la causa che presentiamo come tale. Non è necessario che il counselor sia in grado di spiegare quali processi psichici si siano attivati nel suo cliente a seguito del colloquio appena concluso, anche perché il metodo scientifico applicato al counseling non è rivolto a ottenere un determinato risultato prefissato. Perché la sua attività sia considerata scientificamente condotta, però, è necessario che il risultato ottenuto (per esempio, l’ammissione, da parte del cliente, di vedere il suo problema in maniera più chiara), sia riconosciuto da entrambi come principalmente dovuto alla relazione che si è instaurata, e non dipenda invece prevalentemente da altri fattori.
Nel campo delle medicine alternative, l’influenza di questi fattori, negata dai suoi sostenitori, è probabilmente preponderante. Quando si allega l’efficacia di un rimedio su processi metabolici precisi (per esempio, uno stato infiammatorio), occorre provare come e se il rimedio stesso ha agito su tali processi, perché è su questi che le medicine alternative pretendono di agire, e lo scopo della terapia è appunto quello di ottenere quel risultato preciso. Diverso è il caso di counseling e psicologia: fermo restando il dato incontestabile che ogni attività psichica ha una sua corrispondenza sul piano fisico, queste discipline non pretendono di dimostrare un’azione sul piano organico e patologico, ma solo quella di contribuire a creare le condizioni perché tale effetto si produca sul piano psichico e comportamentale. Che poi esso sia riconducibile effettivamente e principalmente alla terapia psicologica, nessuno è in grado di dimostrare scientificamente. È però possibile raccogliere scientificamente una serie di dati, secondo precise garanzie di controllo della correttezza dell’operazione, e affermare che un certo numero di persone ha tratto giovamento a seguito della terapia psicologica. Una volta escluso il fatto che altri fattori (altre terapie, per esempio, farmaci, modificazioni non volute dello stile di vita) abbiano esercitato la loro influenza, si può concludere che, scientificamente, la terapia psicologica è stata il fattore conosciuto, rispetto a quelli sconosciuti e non conoscibili, che ha causato l’effetto positivo. Al contrario, le medicine alternative rifiutano di tenere conto di questa concomitanza di cause e cercano di ricondurre tutti gli effetti della cura alla sola somministrazione della cura stessa.