Counseling: sbocchi professionali e lavorativi: attenti alle bufale. UNIPSI-Torino
Counseling: sbocchi professionali e lavorativi:
attenti alle bufale abilmente confezionate dalle scuole di counseling tradizionale
La professione di counselor è una di quelle che rientrano nell’ambito delle professioni non regolamentate espressamente dalla legge, e che quindi, come tali, possono essere praticate senza titoli, autorizzazioni o abilitazioni, purchè nel rispetto della normativa vigente (come noto, essa non è riconosciuta neppure dal CNEL, come molte scuole millantano, perchè il CNEL non è abilitato a riconoscere alcuna nuova professione).
Questo è il motivo per cui, pur non esistendo tale regolamentazione per l’attività di counselor, i counselor esistono e praticano da decenni e, sempre da dcenni, in assenza di regolamentazione, tutte le scuole di counseling insegnano a praticare questa attività.
Diventare Counselor ed esercitare professionalmente, quindi, è possibile, e gli sbocchi lavorativi esistono, come per qualunque libera professione. Quindi, non fatevi prendere in giro dai venditori di diplomi di Counseling: questo sbocchi sono pochissimi e richiedono qualità fuori del comune, enorme competenza, capacità empatica straordinaria, volontà di studiare e di aggiornarsi per tutta la vita, una cultura generale di livello superiore, ferma determinazione, una certa disponibilità economica che consenta di sopravvivere fino a che non ci si sia costruita una certa clientela, se mai sarà sufficiente. Ci sembra molto azzardato, e ingannevole, prospettare sbocchi concreti all’interno di istituzioni pubbliche, come università e ospedali, nelle quali i pochissimi counselor che operano sono in realtà psicologi regolarmente abilitati.
L’unico, vero, serio sbocco lavorativo è infatti, come si diceva, quello della libera professione, con tutte le difficoltà che derivano, tra l’altro, dal difficile momento economico contingente e dal fatto che il counselor lavora in diretta concorrenza con una massa sterminata di psicologi, i quali, però, godono di una visibilità, di una popolarità e di un riconoscimento legislativo che i counselor non hanno.
Se un nostro potenziale allievo ci chiede quali siano gli sbocchi lavorativi della professione, siamo costretti a comunicargli, con la massima gentilezza, che chi pone questa domanda molto difficilmente potrà diventare counselor, perchè questa non è una attività che potrà mai affidarsi al supporto fornito da un qualche riconoscimento statale e da una regolamentazione legislativa. Quest’ultima, se ci sarà, riguarderà verosimilmente solo gli psicologi, che potranno praticare il counseling a seguito della frequenza a una scuola di specializzazione universitaria in counseling riservata agli psicologi.
Chiedere a una Scuola di Counseling quali siano gli sbocchi lavorativi post diploma è un pò come chiedere al preside di una scuola di Arte Drammatica quali sbocchi lavorativi ci siano per recitare a Hollywood, o a una accademia di belle Arti quante possibilità ci sono di diventare un pittore famoso a livello internazionale, o a una Scuola di nuoto se, dopo il brevetto, è possibile entrare a far parte della squadra nazionale olimpionica.
Tempo fa abbiamo avuto occasione di assistere alla conferenza di presentazione di una Scuola di Counseling filosofico, il cui Presidente era, chissà perchè, non un filosofo, ma un medico psichiatra (come tale, di formazione rigorosamente allopatica). Oltre a prospettare la possibilità di accesso all’Albo dei counselor filosofici, senza specificare che si tratta di albo privato, privo di qualunque valore legale e rappresentativo, uno dei motivi addotti dai presentatori-docenti della Scuola, che avrebbero dovuto indurre i potenziali allievi a iscriversi a un corso con frequenza triennale, erano gli sbocchi lavorativi: tanti, a dir loro, e specialmente da parte dei consigli di amministrazione delle grandi aziende multinazionali, attente alla qualità della vita, non solo professionale, dei loro dirigenti.
Quanto questo dato sia credibile, quanto supportato da dati concreti, e quanto invece si tratti di un ingenuo, al limite del ridicolo, espediente per millantare sbocchi lavorativi praticamente inesistenti, lascio valutare all’intelligenza del lettore.
Il nostro suggerimento è quello di diffidare di quelle scuole di Counseling che prospettano con disinvoltura e leggerezza generici sbocchi lavorativi. Anzi, sarebbe opportuno chiedere a queste scuole quale sia la percentuale di loro diplomati che praticano attualmente la professione (non da dlilettanti, ma in regola con la normativa fiscale, e che non siano psicologi o psicoterapeuti).
Noi insegniamo il counseling Psicobiologico, cioè un modo autonomo, rispetto a quello di orientamento psicologico patogenetico, di vivere la vita, basato su teoria e metodi autonomi, frutto dell’elaborazione di differenti scienze dell’uomo, quali la psicologia, la medicina, la biologia, la sociologia, la filosofia, l’antropologia, persino la fisica dei quanti, e centrato sulla ricerca della qualità della vita, non della risoluzione di problemi psichici. Le nostre Scuole aiutano a cambiare e a esprimere ciò che veramente si è. Che cosa poi l’allievo faccia di questa conoscenza, di questa consapevolezza e delle competenze acquisite, cessa di essere nostro compito: se un Counselor deve appoggiarsi a concorsi pubblici o a strade predisposte appositamente per esso, al fine di trovare il suo sbocco lavorativo, non è un counselor, nello spirito, ma un impiegato statale (con tutto il rispetto per la categoria).

