Diventare Consulente nutrizionista ad indirizzo psicosomatico a 1140 euro totali. Scuola triennale a distanza certificata UNIPSI
Diventare consulente nutrizionista ad indirizzo psicosomatico a 1140 euro totali.
Scuola triennale a distanza certificata UNIPSI
Scuola per consulente nutrizionista in Alimentazione Psicosomatica
e gestione delle intolleranze alimentari UNIPSI
La professione di Consulente nutrizionista in alimentazione psicosomatica e gestione delle intolleranze alimentari rientra tra quelle non regolamentate espressamente dalla legge, e come tali da essa implicitamente consentite nel rispetto della normativa vigente e delle competenze di altre categorie professionali. In particolare, quella di consulente è attività da sempre liberamente esercitabile, senza bisogno di conseguimento di alcun titolo di studio, a norma degli articoli 2222 e seguenti del codice civile, che regola le prestazioni d’opera intellettuale e quindi, tra l’altro, anche la libera professione in materia di consulenza.
Quella di consulente nutrizionista in alimentazione psicosomatica e gestione delle intolleranze alimentari è una professione che consente la costruzione di un programma dietetico inteso in senso non medico e non biochimico, ma psicosomatico, nel rispetto delle esigenze della persona intesa nella sua globalità. Si tratta di una professione più evoluta di quella del nutrizionista, un semplice esperto in biochimica che si limita ad applicare nozioni e dati, fondamentalmente teorici, all’alimentazione umana. Quest’ultima, nell’ottica psicobiologica della consulenza in nutrizione psicosomatica, è interpretata in un senso molto più ampio e profondo di quello riduttivo della dietetica medica tradizionale, e, in quanto evoluzione di essa, richiede una cultura generale di livello superiore, strumenti cognitivi e culturali e esperienza che ogni consulente nutrizionista dovrà ricercare, coltivare e sviluppare, attraverso approfondimenti e aggiornamenti.
L’impianto teorico e metodologico della professione è illustrato nella Scuola superiore per consulente nutrizionista in alimentazione psicosomatica, che certifica la competenza all’esercizio della libera professione nel rispetto della normativa vigente.
Per conoscere nel dettaglio Piano di studi e caratteristiche della scuola per Consulente nutrizionista in alimentazione psicosomatica, unica nel suo genere, potete cliccare sul link seguente:
Per approfondimenti circa il significato della consulenza in alimentazione psicosomatica e del ruolo del consulente nutrizionista, potete leggere l’introduzione a uno degli otto manuali che costituiscono la base teorica della scuola suddetta, che riportiamo di seguito:
Introduzione
In questo manuale si illustreranno i principi e il metodo delle scienze della salute, in particolare della psicobiologia, applicati alla consulenza in materia di alimentazione umana.
L’approccio psicobiologico e psicosomatico al comportamento umano del consulente nutrizionista non è soltanto differente da quello biomedico, ma si pone sicuramente anche in una dimensione culturale, e non soltanto terapeutica, completamente diversa sotto ogni punto di vista, al punto da essere spesso incompatibile con esso.
Innanzitutto, perché la psicobiologia si occupa del comportamento umano e non, come la medicina o la psicopatologia, dei disturbi del comportamento umano. Di conseguenza, trasferito il tipo di approccio allo studio dell’alimentazione umana, la psicobiologia studierà il comportamento alimentare nell’esclusiva ottica del miglioramento della qualità della vita della persona; la medicina, invece, non si occuperà della persona, ma soltanto del suo disturbo, collocandolo all’interno dell’unica categoria che è oggetto di interesse della dietologia medica, e cioè quello dei disturbi del comportamento alimentare e delle patologie ad esso collegate.
E’ quindi non solo opportuno, ma necessario, sottolineare le enormi differenze esistenti tra i due diversi tipi di approccio.
Nel corso delle pagine di questo manuale, quindi, il riferimento al termine “dieta” oppure “programma dietetico”, non avrà mai un significato univoco, e saremo costretti sempre a specificare e a connotare questo termine a seconda che lo si intenda secondo la prospettiva biomedica oppure quella biopsicosociale. La differenza non è di poco conto, naturalmente. La dieta o il programma dietetico medico è in tutto e per tutto una semplice prescrizione, cioè un insieme di istruzioni insindacabili che provengono da una valutazione svolta in maniera totalmente autonoma dal medico, e basata solo ed esclusivamente su dati che si riferiscono alla condizione fisiopatologica del paziente.
In altre parole, la dieta o il programma dietetico del medico (specialmente se si considera che oggi esso viene praticamente elaborato da un computer fornito di sofisticati programmi standardizzati e relativamente personalizzabili), non è nient’altro, almeno nelle intenzioni, che un software sviluppato da tecnici esperti, o illusoriamente esperti in scienze esatte, e che deve essere implementato all’interno di una macchina costituita di tessuti e apparati di natura organica, anziché l’abituale struttura meccanica e artificiale di un computer.
La dieta, o il programma dietetico psicobiologico e psicosomatico, invece, non costituisce, nella maniera più assoluta, una prescrizione, ma rappresenta il risultato di un processo di co-costruzione di significato (Gadamer 1993), e cioè di collaborazione tra terapeuta e cliente in ordine alla costruzione di un programma nel quale le indicazioni (non le prescrizioni) di carattere alimentare rappresentano soltanto le basi materiali di un programma molto più ampio, il cui scopo è quello di migliorare la qualità della vita della persona.
Il programma dietetico psicosomatico, quindi, non è rivolto alla cura di disturbi o patologie ma, al contrario, alla promozione della condizione di salute e di benessere della persona. Anzi, se esso si ponesse l’obiettivo di curare una condizione patologica, esso tradirebbe i principi fondamentali su cui si regge, secondo i quali è la salute, e soltanto essa, l’oggetto della attività di consulenza psicobiologica. Esso non prescrive nulla ma si limita a definire, nero su bianco, quale sia il risultato della collaborazione tra terapeuta e cliente in ordine alla ridefinizione dello stile di vita del cliente, al fine del miglioramento della sua qualità.
Mentre il programma dietetico medico agisce solo a livello biochimico, quello psicobiologico e psicosomatico considera quello biochimico soltanto il presupposto, fondamentale ma per nulla sufficiente, perché si possa produrre un miglioramento effettivo e duraturo nella qualità della vita della persona. Esso opererà quindi su tre piani contemporaneamente: quello biochimico (ma in maniera ben diversa dall’approccio biomedico) quello cognitivo, e quello emotivo.
Il fatto che il programma dietetico psicobiologico e psicosomatico operi anche sul piano su cui interviene quello biochimico non significa che essi abbiano le stesse motivazioni, gli stessi contenuti e gli stessi scopi. Tutt’altro. La dieta medica è motivata dalla necessità o dalla opportunità di combattere una malattia o di ridurre le dimensioni di un disturbo (tipicamente il sovrappeso). Essa agirà quindi sul piano biochimico attraverso una prescrizione che dev’essere rigidamente osservata circa modi, tempi, quantità e qualità dei cibi che la persona deve introdurre nel suo organismo. La dieta psicobiologica e psicosomatica, invece, è motivata dalla opportunità e dalla necessità che la persona, come ogni essere umano, si attivi ai fini del miglioramento della qualità della sua vita.
Essa non prescriverà nulla, naturalmente, trattandosi di una attività di consulenza e di prescrizione. Le indicazioni dietetiche di carattere alimentare, quindi, non specificheranno quantità, qualità, modi e tempi di assunzione degli alimenti, ma forniranno indicazioni circa le possibili alternative che si pongono, su basi scientifiche, alla conduzione del comportamento alimentare del cliente, lasciando quest’ultimo protagonista attivo nel processo.
Il programma dietetico psicosomatico, quindi, rifiuta totalmente la visione biomedica che vuole la persona ridotta nella posizione passiva di “paziente”, il quale dovrebbe sottoporsi acriticamente a ordini impostigli dall’alto e senza possibilità di esprimere quelli che sono i suoi bisogni e le sue esigenze e aspettative. Al contrario, la consulenza psicobiologica pretenderà che il cliente si assuma la responsabilità di valutare l’efficacia di tali indicazioni nell’unico modo serio possibile, e cioè verificando quotidianamente la loro applicazione alla vita quotidiana.
Ma ciò che distingue in maniera inconfondibile, innovativa e rivoluzionaria, la dieta psicobiologica rispetto a quella medica, sta proprio nel fatto che, a differenza di quest’ultima, la prima si occupa della persona e non dei suoi disturbi, e se ne occupa cercando di armonizzare i tre piani sui quali si articolano le attività della nostra vita quotidiana, e cioè quello strettamente materiale dell’alimentazione, quello cognitivo e culturale, quello emotivo e affettivo.
Si comprende, quindi, come la consulenza in alimentazione psicosomatica del consulente nutrizionista costituisca l’evoluzione dell’obsoleto e riduttivo programma dietetico medico. Esso non cessa di avere una funzione (al di là dei casi in cui esso sia rivolto alla cura e alla prevenzione di specifiche patologie, nei quali esso è insostituibile e resta di esclusiva competenza medica) anche là dove esso venga utilizzato nell’ottica psicobiologica, cioè ai fini del miglioramento della qualità della vita della persona, della promozione della salute e non della cura di una malattia; ma solo, a nostro parere, se integrato e armonizzato con un programma di più ampio respiro, che si occupi della persona e non solo della funzionalità del suo metabolismo, come il programma costruito insieme, terapeuta e cliente, all’interno dell’attività di consulenza alimentare psicosomatica del consulente nutrizionista.
La biochimica, in altre parole, su cui la dietetica medica si fonda (al punto da delegare ad apposite figure professionali sanitarie come i dietisti la redazione materiale del programma dietetico – compito che il medico considera, a quanto pare, poco dignitoso) resta la base scientifica su cui qualunque programma dietetico deve essere costruito. La cura della persona, tuttavia, non può basarsi solo sulle regole della biochimica, perché in questo caso le verrebbe a mancare il fondamentale punto di appoggio che è fornito dai principi e dal metodo della psicobiologia. E’ per questo che, a fronte della somministrazione quotidiana di milioni di programmi dietetici medici, i disturbi del comportamento alimentare, anziché diminuire di numero e di importanza, aumentano sempre più, e sovrappeso e obesità, anziché ricondotti entro limiti epidemiologici accettabili, sono ormai indiscutibilmente una vera e propria emergenza, non solo sanitaria.
Occorre ricordare, infatti, che il termine dieta, nel suo significato etimologico (e cioè prima della sua appropriazione indebita come attività esclusiva della classe medica), significa fondamentalmente “stile di vita” e non insieme di prescrizioni alimentari. Quindi, anche il programma dietetico psicobiologico del consulente nutrizionista affronterà aspetti legati alla biochimica e ai processi fisiologici di assimilazione e digestione degli alimenti, ma lo farà, nell’ottica di una consulenza, non di una prescrizione, al di fuori di qualsiasi valutazione o finalità diagnostica o terapeutica nei confronti di qualsivoglia patologia, limitandosi a valutare insieme con il cliente l’opportunità di adottare determinate scelte in ambito alimentare secondo quelle che sono le indicazioni fornite dalla scienza dell’alimentazione.
Quest’ultima, tuttavia, appare in tutta evidenza come un insieme disordinato, eterogeneo e contraddittorio di opinioni, e non certo una scienza esatta. Fino a che ci si occupi di biochimica pura, e cioè quella che descrive, e si limita a descrivere, ciò che avviene all’interno delle cellule, degli organi e degli apparati del nostro organismo a seguito della introduzione di cibo o di sostanze nutritive, si opera in un campo nel quale non esistono opinioni, ma solo fredde descrizioni di fenomeni.
Quando però si tratta di trasferire queste nozioni sul piano della sperimentazione clinica, applicandole a quello che è il comportamento umano (e cioè cercando di far coincidere il comportamento alimentare corretto con il comportamento umano corretto) la scienza dell’alimentazione, da sola, si rivela una disciplina inutile, in quanto, come è evidente, non esiste un solo aspetto legato all’alimentazione umana (non alla semplice biochimica) sul quale gli esperti del settore non manifestino opinioni non solo differenti, ma anche totalmente opposte.
Basti pensare, per fare un solo esempio piuttosto attuale, all’utilità e all’efficacia di qualsiasi dieta, per esempio la dieta Ducan: richiesti di esprimere una valutazione in ordine alla sua efficacia, differenti esperti in scienza dell’alimentazione esprimeranno tutti una differente opinione. Il che è grave, anche se la medicina tende a non dare importanza a questo fenomeno e, anzi, non pare preoccuparsi della straordinaria gravità delle implicazioni che ne derivano. È grave perché se si opera, come avviene nell’ambito delle scienze della salute, nel campo della relazione d’aiuto, e lo scopo è quello di migliorare la condizione di salute e di benessere delle persone, è possibile e plausibile che differenti percorsi terapeutici possano condurre allo stesso risultato positivo. Non si spiegherebbe, analogamente, perché tutti i differenti indirizzi delle scuole di psicoterapia risultino essere praticamente tutti efficaci.
Il problema grave, invece, è che in questo campo, e cioè quello della scienza dell’alimentazione e della dietetica medica, le opinioni differenti non dovrebbero esistere perché il medico dovrebbe applicare al suo paziente quello che è il programma dietetico biochimico più efficace in assoluto in relazione allo specifico profilo fisiopatologico di quello specifico paziente. Il medico esperto in alimentazione dovrebbe quindi applicare la scienza esatta dell’alimentazione al caso del suo paziente, essendo certo degli effetti che la sua prescrizione produce sull’organismo. Invece, come noto, questi effetti non sono mai prevedibili in tutte le loro importanti implicazioni. Il fatto è che medicina e biologia, per i limiti intrinseci all’impostazione della loro disciplina, non concepiscono il fatto che il profilo fisiopatologico di una persona non è dato solo ed esclusivamente dalla valutazione di parametri medici, ma anche e specialmente dalla personalità dell’individuo, dal suo stile di vita, dal modo in cui si rapporta con se stesso con gli altri e con l’ambiente, dal suo atteggiamento mentale, dai suoi bisogni e dai suoi desideri.
Tutto questo è un campo di indagine totalmente estraneo alla medicina e alla dietetica tradizionali, talmente misterioso e inesplorato (“Hic sunt leones”) da essere considerato fondamentalmente inutile. La ragione della scarsa considerazione per gli aspetti biopsicosociali della salute sta, come noto, nel fatto che i medici sono formati per curare le malattie, non certo per occuparsi della salute delle persone. La presa in carico della cura di quest’ultima richiede conoscenze, competenze, e anche una certa forma mentis, che non solo non è insegnata presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, ma che in qualche modo risulta essere incompatibile o di ostacolo a quello che è il compito del medico, e cioè quello di combattere le malattie in senso allopatico e non certo di occuparsi di una persona nella sua globalità.

