Naturopatia e tragedia greca
Le ragioni dello straordinario interesse per la naturopatia (ma anche del fascino che omeopatia e medicine alternative in genere esercitano sulla popolazione occidentale del terzo millennio) sono rintracciabili negli stessi processi psichici in forza dei quali l’umanità continua ancora oggi a subire l’attrazione irresistibile del mito. L’idea che esista, da qualche parte, in mano a poche persone “illuminate” o malvagie, il segreto della felicità, della cura delle malattie, della ricchezza, appartiene da sempre a tutte le culture, e trova ancora oggi adepti nei cultori dell’esoterismo, delle pratiche magiche in genere, e negli appassionati di misteri e di pseudoscienza.
Nel campo più ristretto della salute, la naturopatia “tradizionale” assolve efficacemente questa funzione affabulatoria e affascinante, perché sembra offrire l’unica alternativa valida al progresso scientifico: il ritorno a un passato mitico, in cui preghiera, erbe e rituali di comunione con la natura erano tutto ciò che serviva all’umanità per alleviare i suoi mali.
Tutto ciò è evidentemente falso, naturalmente, se analizzato tramite il filtro della ragione e della ricerca scientifica. Ma poiché la nostra vita oscilla continuamente tra modalità razionale e irrazionale, e la dimensione dell’inconscio, del mistero e di ciò che in genere non conosciamo è infinitamente maggiore di quella razionale e scientificamente dimostrata, ecco che la naturopatia tradizionale ha buon gioco nell’attirare a sé tutti coloro che cercano rifugio ai loro mali, rinunciando al ricorso alle proprie risorse, ma preferendo affidarsi a un deus ex machina esterno.
Si consideri, in proposito, che la forza della nostra ipotesi è corroborata, oltre che dalle evidenze proposte dalle neuroscienze e dalla psicologia moderna, anche dalle intuizioni “scientifiche “ dell’antica filosofia greca. La ricerca della salute tramite rituali magici (come sono la maggior parte delle tecniche raggruppate alla rinfusa sotto il nome di naturopatia) soddisfa pienamente, infatti, i sei canoni indicati da Aristotele (384-322 a.C) per definire natura, forma e funzione della tragedia. Essi sono:
- La favola, ovvero l’esistenza o meno di una modalità alternativa e “naturale” di curare le malattie che ci affliggono.
- Il tema, ovvero la ricerca di questo misterioso corpus di conoscenza esoterica
- I personaggi, cioè il popolo dei seguaci di queste discipline uniti dalla fede comune e dalla ricerca della loro “verità”
- Il dialogo e il ritmo, ovvero l’arcano linguaggio esoterico e la sequenza precisa di gesti e rituali che portano alla conoscenza.
- Lo spettacolo, ovvero l’elemento di novità (i luoghi lontani, nel tempo e nello spazio, ove la ricerca ha luogo e da dove attinge la conoscenza) e il momento della verità (gli aneddoti e i casi di guarigione quasi miracolosa).
Questo è il motivo, a nostro parere, per cui migliaia di persone subiscono il fascino di queste discipline e si dedicano più o meno seriamente al loro studio superficiale, mentre nessun risultato concreto, nessuna scoperta e nessuna innovazione o beneficio documentabile sulla salute deriva dall’utilizzo di queste pratiche.
Purtroppo, la via che la nostra scuola indica, quella dell’applicazione vera allo studio di ciò che in quest’ambito è oggetto di ricerca seria e scientifica, pur essendo molto più affascinante, presenta l’inconveniente di richiedere un rigoroso impegno e una forte motivazione allo studio e alla ricerca di ciò che è, e non di ciò che si vorrebbe che fosse. L’illusione, per la maggior parte di noi, costituisce una particolare specie di droga allucinogena: consente di non guardare in faccia la realtà, e di vivere in maniera inconsapevole, paghi del poco che essa può offrire.
