Le prove scientifiche “incontrovertibili” dell’efficacia dell’omeopatia: dimostriamo l’inganno.
PROVE SCIENTIFICHE OMEOPATIA
La dimostrazione logica e scientifica che gli omeopati non sanno quello che fanno, oppure che lo sanno benissimo, e ci ingannano da oltre due secoli.
Ci dispiace che il nostro possa sembrare accanimento nei confronti della stessa società, ma la Guna, ricchissima azienda di produzione e commercializzazione di rimedi omeopatici (e di tutto quanto fa spettacolo), è sicuramente la miglior alleata che si possa immaginare per chi voglia dimostrare che le prove incontrovertibili dell’efficacia della medicina omeopatica dimostrano inequivocabilmente che essa è un inganno a danno dei consumatori, e che i suoi rimedi non hanno alcun effetto superiore al placebo.
Il fatto che una azienda che produce e commercializza determinati prodotti (e specialmente se essi pretendono di essere qualificati come farmaci), utilizzi nella home page del proprio sito un testimonial pubblicitario come Gandhi, per suffragare la tesi dell’efficacia dell’omeopatia, ci sembra piuttosto ridicolo. Anche ammettendo che Gandhi fosse persona competente in materia e conoscesse i dati relativi all’efficacia dell’omeopatia, e anche ammettendo che fosse davvero sostenitore, nella vita pratica, dell’omeopatia, cosa tutta da dimostrare, non si vede perché un sistema di cure debba affidarsi alla pubblicità, con tanto di testimonial di sicura presa sul pubblico dei consumatori, e non semplicemente alla dimostrazione della sua efficacia. Si pensi a come suonerebbe ridicolo se, per esempio, Martin Luther King venisse utilizzato come testimonial per una azienda che produce antibiotici, citando un suo pensiero relativo ai benefici che, a suo parere, deriverebbero all’umanità da questi farmaci.
Naturalmente, ma è bene sottolinearlo, non è mai stata nostra intenzione mettere in dubbio la serietà, l’onestà e la buona fede commerciale di questa azienda, come peraltro di tutte quelle che operano nel settore. La nostra critica si riferisce esclusivamente all’etica della vendita di prodotti, che, stando ai fatti e a tutte le dimostrazioni scientifiche, sono chiaramente inutili.
Il testo: “Evidenze scientifiche dell’efficacia dell’omeopatia-Omotossicologia-Guna Editore”, di proposito non protetto dal copyright, scaricabile dal sito www.guna.it/ricerca.htm”, è appunto quello che, secondo i commercianti di questa società, autori dell’iniziativa, con una prosopopea degna di miglior causa, dovrebbe fornire inequivocabilmente le prove dell’efficacia scientificamente dimostrata dei rimedi omeopatici.
Il fatto stesso che l’efficacia di un rimedio, di importanza rivoluzionaria per la storia della medicina, sia dimostrabile soltanto attraverso le prove fornite da una azienda, ed effettuate su prodotti che l’azienda stessa commercializza, non è solo contrario ai principi etici e deontologici che regolano l’attività scientifica, ma è persino contrario alla logica e al buon senso all’interno del mondo della concorrenza commerciale. Questo riferimento, infatti, dimostra come questa pseudo medicina non sia altro che una trovata di marketing ben architettata, destinata alla vendita di prodotti spacciati come farmaci. Altrimenti, da che mondo è mondo, un farmaco non ha bisogno che la sua efficacia sia dimostrata da chi lo produce o lo commercializza, avendo già dovuto superare una serie rigidissima di controlli che offrano questa garanzia.
Correggiamo, quindi, su cortese indicazione dell’Ufficio stampa della società Guna, la nostra affermazione relativa al fatto che le prove dell’efficacia dell’omeopatia, proclamate solo dagli omeopati (non da tutti, perché la maggior parte riconosce che esse non ci sono) e contenute nel libricino edito dall’azienda stessa, siano state effettuate sui suoi prodotti. Infatti, in particolare per quanto riguarda il più importante, su cui è stata effettuata una sperimentazione clinica posta al primo posto nell’elenco dei dodici studi che dimostrerebbero l’efficacia dell’omeopatia, alcuni di essi non sono prodotti, ma solo commercializzati dalla Guna. Non abbiamo mai scritto che tali studi sono stati commissionati né tantomeno manipolati dall’azienda, ma solo che è contrario ai principi del rispetto per il metodo scientifico e la deontologia nell’ambito della ricerca scientifica che si pubblicizzi l’efficacia di un farmaco da parte di una azienda che questo farmaco vende (che lo produca o lo venda soltanto in esclusiva per l’Italia, non cambia nulla).
Inoltre, ci preme correggere, e ringraziamo della precisazione la società Guna, il dato riportato secondo cui la Guna avrebbe sede in Germania. Infatti, ad aver sede in Germania è solo la società Heel, di cui la Guna è la distributrice in Italia. La precisazione è d’obbligo, ma non modifica di una virgola il giudizio e il contenuto delle nostre critiche alla solidità e all’attendibilità dei dati riportati dalla ricerca e pubblicizzati dalla Guna.
Purtroppo, non abbiamo ricevuto una comunicazione scritta di rettifica da parte della società in questione, e quindi ci limitiamo a correggere i soli dati per cui è stata richiesta precisazione per telefono.
Approfondiamo, quindi, questa straordinaria antologia di ingenui e palesi violazioni di ogni codice deontologico ed etico e dei principi e della metodologia della ricerca scientifica, e cerchiamo di mostrare brevemente come l’arroganza della medicina omeopatica si trasformi in temerarietà, offrendo ai lettori meno sprovveduti la prova incontrovertibile che gli omeopati non sanno quello che fanno, o che sono convinti di poter prendere in giro per sempre i loro clienti.
Ci soffermiamo, in particolare, sulla ultima parte del libricino, nella quale sono raccolti dodici studi, scelti dalla Guna tra quelli che più di ogni altro dimostrerebbero la validità dell’omeopatia.
Il primo studio, probabilmente posto in questa posizione privilegiata di presentazione per i risultati eclatanti (?) che dovrebbe dimostrare, costituisce a nostro parere il dato più importante per sconfessare definitivamente come pratica commerciale poco seria (per usare un eufemismo), tutta l’omeopatia. Si osservi che esso si riferisce al trattamento di gonartrosi, trattata in due soli gruppi, senza la garanzia del doppio cieco, senza il gruppo placebo e senza quello di storia naturale, il che rende la ricerca, già solo per questo fatto, non suscettibile di pubblicazione su alcuna rivista seria.
Si osservi ancora, infatti, che tale studio (che non meriterebbe questa qualifica), condotto da personaggi che non spiccano certo per la loro eccellenza nel campo della ricerca scientifica, è stato pubblicato nel 1996, su Ortopatische Praxis, e cioè una rivista molto specialistica e di bassissima diffusione. Solo uno stupido potrebbe davvero pensare che un farmaco omeopatico privo di effetti collaterali, ma efficace quanto quello allopatico, sia stato dimostrato tale nel 1996, e da allora nessun altro studio, questa volta serio, sia stato pubblicato per confermarlo, né che esso si sia diffuso in tutto il mondo a scapito del corrispondente farmaco allopatico, il quale porta con sé numerosi e importanti effetti collaterali.
Pare che l’unica altra rivista al mondo che abbia pubblicato questo articolo sia, guarda caso, la rivista edita dalla società Guna, “La medicina biologica” la quale è anche la stessa che vende in esclusiva per l’Italia i rimedi prodotti da questa azienda, la Heel, con sede in Germania (guarda caso, l’unico altro paese al mondo in cui questo articolo è stato pubblicato). Il nostro intelocutore, forse convinto, bontà sua, che chi non crede nell’omeopatia sia necessariamente stupido e ignorante, non rileva le precedenti affermazioni, ma si limita a far osservare, come farebbe la maestra con uno scolaretto, che le riviste scientifiche non pubblicano gli articoli scientifici se non come traduzioni. Appunto, perchè nessuno lo ha mai fatto?
Forse il lettore non si stupirà se gli riveliamo un’altra piccola scoperta che solo i lettori più smaliziati e a conoscenza del mondo delle medicine alternativa possono fare: il rimedio testato e confrontato col relativo farmaco, sembrerà impossibile, si chiama ZEEL T, ed è commercializzato da un azienda che il lettore non sospetterebbe mai: la società Guna.
A nostro parere, qualunque professionista il quale scopra di far parte della stessa categoria professionale di personaggi simili, che interpretano la ricerca scientifica come mezzo per vendere i loro prodotti spacciandoli per quello che non sono, dovrebbe denunciare questo comportamento e abbandonare di corsa quell’ambiente, vergognandosi di averne fatto parte. Ma gli omeopati devono vendere sé stessi, più che produrre risultati clinici certi, dimostrabili e ripetibili, e quindi i loro interessi personali prevalgono, a quanto pare, sulla coerenza e sulla correttezza professionale.
Nonostante l’articolo pseudoscientifico pubblicizzi con enfasi il fatto che lo studio è stato condotto in ben 12 centri ortopedici (ma solo in Germania e Austria, dove le rete commerciale della Heel, produttrice dei farmaci distribuiti in esclusiva in Italia dalla Guna, è sicuramente più forte), i pazienti che hanno portato a termine il trial sono solo 103, per cui solo la metà sono stati sottoposti a trattamento tramite il rimedio omeopatico, numero non certo sufficiente per poter affermare, come con tanta prosopopea fa la società produttrice del rimedio, che si tratta di prova incontrovertibile dell’efficacia del rimedio. La replica, come al solito, vorrebbe farci credere che una cinquantina di pazienti siano sufficienti per dimostrare inequivocabilmente l’efficaci di un rimedio. Ricordiamo che la raccolta degli studi in questione è pubblicizzata a gran voce come quella delle prove incontrovertibili dell’efficacia dell’omeopatia, non le singole prove in singoli esperimenti. Vi vuole ben altro per accreditare come scientifica una pratica magica, ci pare. Se poi il primo studio esaminato porta con sè tali e tanti dubbi, questa incontrovertibilità ci sembra francamente una sparata pubblicitaria e non ci sembra che valga la pena perdere tempo ad analizzare tutti gli altri studi, condotti ognuno in maniera diversa, su differenti disturbi e patologie, che vorrebbero portare, in maniera confusa e non sistematica, acqua al mulino dell’omeopatia.
Si consideri che i farmaci, quelli veri, sono necessariamente sottoposti a ben altro tipo di sperimentazione, su campioni di dimensioni enormemente maggiori, per periodi molto più lunghi e sotto controlli rigorosissimi. Inoltre, la Guna non fa osservare come l’equivalenza tra i due tipi di cura non sia per nulla tale, a cominciare dalla stessa posologia e modalità di somministrazione: infatti, il rimedio omeopatico è stato somministrato tramite 10 infiltrazioni per due volte alla settimana, mentre il farmaco di confronto tramite solo cinque somministrazioni una volta sola la settimana. Si aggiunga che la durata dello studio è stata solo di cinque settimane (è ridicolo che si possano propagandare risultati positivi a seguito di una trial di così breve durata e senza successivi controlli periodici, cioè il follow up, per verificare gli effetti a lungo termine del trattamento). La Guna ha ragione. Quando parliamo di equivalenza, ci riferiamo all’insieme dei criteri che permettono di confrontare due farmaci diversi, con correttezza scientifica. Come Goldacre osserva (2009) esistono infiniti modi per manipolare uno studio: per esempio, volendo dimostrare la pari efficacia di due farmaci diversi, è sufficiente somministrare quello che si vuole dimostrare poco efficace in dosi e modalità diverse da quelle che produrrebbero effetto: ecco che l’altro, inefficace per sua natura, diventa automaticamente equivalente, negli effetti, al primo. Non stiamo affermando che questo è ciò che è stato fatto, ma solo che è propagandistico parlare di prove incontrovertibili quando ci si riferisce a singoli studi su singole patologie, e così poco correttamente condotti.
Comunque, in base a quale criterio le dosi e le modalità di somministrazione dei due rimedi sono da considerarsi equivalenti, nel senso di confrontabili? Il criterio è stato adottato solo sulla base della decisione di quei ricercatori, e non ne sono stati sperimentati altri. Per esempio, chi ci dice che non si possa considerare altrettanto corretta una sperimentazione in cui il farmaco allopatico e quello di confronto siano somministrati in dosi doppie, o dimezzate, o con maggiore o minore frequenza? E, specialmente, come è possibile citare questo caso come dimostrativo dell’efficacia dell’omeopatia, se il farmaco omeopatico non è completamente omeopatico, per la stessa ammissione dei ricercatori e della Guna?
Se consideriamo quindi che, in cinque settimane, il rimedio omeopatico è stato somministrato per un totale di ben 100 infiltrazioni contro le sole 25 del farmaco, chi ci dice che queste due modalità di somministrazione siano correttamente confrontabili? Si consideri anche che la validità esterna (concetto probabilmente sconosciuto a questi ricercatori) non è garantita da uno studio come questo, condotto su pazienti ospedalizzati, rispetto ai quali la terapia non consiste soltanto nelle infiltrazioni suddette, ma in tutto l’insieme di cure che un ospedale presta anche in termini di assistenza psicologica, di dieta, di trattamenti fisioterapici, di riposo, e così via (sui quali effetti, naturalmente, la ricerca stende un velo di mistero). Non è sorprendente il fatto che la replica della Guna, per esempio, abbia omesso di prendere in considerazione l’affermazione precedente, come molte altre, scomode, a quanto pare. Per esempio, se i pazienti soggetti alla sperimentazione sono stati seguiti in ospedale, è chiaro che il cambiamento di stile di vita, di alimentazione, di abitudini, può avere influito più dei farmaci nel produrre gli effetti vantati. Ma gli omeopati non amano cercare prove dell0’influenza di altri fattori agli effetti delle loro cure, come ogni serio ricercatore fa spontaneamente.
Trattandosi di malattia cronica, poi, lo ribadiamo ancora una volta, non è solo inaccettabile scientificamente, ma è anche ridicolo e patetico che si pretenda di ricavare dati certi sull’efficacia di un rimedio da una sperimentazione condotta solo in cinque settimane, senza verificare gli effetti delle cure nei periodi successivi, e specialmente in una situazione ecologica, al di fuori di un Ospedale.
Sotto il profilo più tecnico, poi, occorre tener presente che la sollecitazione meccanica, neurovegetativa e dolorifica di ben 100 infiltrazioni nel giro di sole cinque settimane è una pratica che, di per sé, indipendentemente da ciò che viene iniettato, non solo non ha nulla di omeopatico, ma è probabilmente in grado di modificare almeno temporaneamente sia lo stato dei tessuti, sia la percezione del dolore, dal momento che essa determina una sovrapproduzione di endorfine, di per sé potenzialmente sufficiente a giustificare l’effetto benefico rilevato.
L’altro nostro errore, secondo la società Guna, si riferirebbe al fatto che da parte nostra è stata contestata la modalità di confronto della somministrazione della cura, con 10 inflitrazioni due volte la settimana per il rimedio omeopatico, mentre il farmaco di confronto tramite somministrazione cinque volte una volta alla settimana. Ci viene contestato il fatto che, trattandosi di sistemi di cura che agiscono in base a principi diversi, essi non possano essere somministrati allo stesso modo. Il rilievo è corretto, ma solo se si è in grado di dimostrare l’equivalenza tra i due diversi protocolli di somministrazione della cura. Infatti: in base a quale motivo, il rimedio omeopatico, che agisce tramite una informazione immateriale e non, come l’allopatico, tramite una azione biochimica ponderale e misurabile, deve essere somministrato attraverso la modalità allopatica, invasiva e materiale delle infiltrazioni sottocutanee? Cosa c’entra con la trasmissione di informazione energetica la pratica allopatica delle infiltrazioni? Se è l’informazione energetica ad agire, perché non somministrare il farmaco oralmente, in granuli o gocce? E’ evidente che 20 infiltrazioni alla settimana sono uno stress fisico e neurologico non indifferente, in grado di alterare il profilo ormonale di quanto basta per produrre modificazioni della percezione del dolore, tramite le endorfine e la sollecitazione dopaminica che ne consegue.
Inoltre, non è corretto mettere a confronto un farmaco di cui si conoscono modalità di azione, effetti collaterali e benefici, controindicazioni e posologia corretta, con un rimedio di fantasia, per il quale non esiste alcuna dimostrazione della sua efficacia. Infatti, mentre sappiamo, o possiamo sapere per quale motivo sia stata somministrata una certa quantità di farmaco “allopatico” nel gruppo di controllo, non sappiamo (perché gli omeopati stessi lo ignorano), per quale motivo sia stato somministrato il farmaco omeopatico in quella diluizione. Se, infatti, somministrassimo il farmaco di confronto in minore o maggiore quantità, ricaveremmo dati circa la modificazione della tollerabilità del farmaco stesso e della sua efficacia. Invece, per quanto riguarda il rimedio omeopatico, non sappiamo, e i ricercatori non si sono premurati di farci sapere, cosa mai sarebbe successo se la sperimentazione fosse stata condotta con posologia e modalità diverse per il rimedio omeopatico. Per esempio, cosa sarebbe successo se fosse stato somministrato per via diversa da quella dell’infiltrazione? E quali effetti si sarebbero prodotti se fosse stato somministrato in diluizione maggiore o minore, o in numero maggiore o minore di applicazioni? La risposta è ricavabile per quanto riguarda il farmaco “allopatico”, mentre non esiste e non è ricavabile per quello omeopatico. Tant’è vero, ma questa è solo una opinione personale, che molto probabilmente gli effetti benefici delle infiltrazioni di Zeel T si sarebbero prodotti anche tramite infiltrazioni di qualsiasi altra sostanza, per esempio zucchero o succo d’arancia, alla stessa diluizione del rimedio omeopatico. Ripetiamo: la scienza, quella seria, è sempre in grado di dimostrare che i farmaci che utilizza producono effetti diversi a seconda della patologia per cui vengono somministrati e la dose e la modalità di somministrazione. I rimedi omeopatici, no.
Si consideri che la conclusione di questo superficiale e scorretto lavoro, poi, è solo di “non inferiorità” del rimedio rispetto al farmaco, formula che, come ogni ricercatore sa perfettamente, significa che lo studio di per sé ha solo valore di precedente, ma nessuno sul piano clinico e scientifico. In questi casi, allo studio che non ha saputo produrre risultati incontrovertibili, come in questo caso, fanno di solito seguito altre ricerche, in modo da definire una volta per tutte l’efficacia di quel rimedio o meno. Tutto questo, come al solito, non è avvenuto: nessun laboratorio al mondo ha ritenuto cioè questi risultati degni di approfondimento, nessuna rivista scientifica seria l’ha ritenuto degno di pubblicazione, e il suo impact factor è quindi pari a 0.
Il che fa sospettare, senza alcuna malizia, che questa ricerca sia stata commissionata, o addirittura eseguita, dalla stessa azienda produttrice. Si osservi come, a distanza di tredici anni, questa straordinaria scoperta sia relegata a una piccola rivista specialistica a diffusione locale e non abbia mai destato il minimo interesse in altri ricercatori, come è prassi quando i risultati di una ricerca sembrano almeno minimamente e potenzialmente interessanti.
Ma si noti forse l’aspetto più importante di tutta questa, che se non è una burla, somiglia in maniera sinistra a una pratica commerciale (e non certo clinica) di dubbia correttezza: anche se la società Guna non lo riporta, il suo rimedio è composto di una infinità di sostanze di vario tipo, quasi tutte in diluizione fitoterapica e non omeopatica, come per esempio l’arnica montana alla quarta diluizione decimale. Si tratta di una diluizione in cui il principio attivo è presente, rilevabile e misurabile scientificamente, e quindi il rimedio non ha nulla di omeopatico. È lo stesso rimedio che qualunque medico allopatico potrebbe prescrivere e ogni erborista e farmacista potrebbe preparare, magari sotto forma di gel o pomata. Il fatto che esso sia diluito rispetto a una tintura madre è in parte compensato dal fatto che, come abbiamo osservato, questo rimedio è infiltrato in dosi quattro volte superiori a quelle del farmaco.
In aggiunta, si osservi che arnica montana è una pianta i cui principi attivi sono ben noti scientificamente per le loro proprietà antinfiammatorie, e quindi essa agisce secondo il principio allopatico del contrario e non quello omeopatico del simile. In altre parole, il principio fondamentale dell’omeopatia, che è qui palesemente tradito, è quello di somministrare in quantità infinitesimale un rimedio che, in dosi ponderali, produrrebbe sintomi ed effetti della malattia che si vuole curare. Quindi, se si vuole agire omeopaticamente su una infiammazione, non si somministra, come in questo caso, un antinfiammatorio, ma al contrario, una sostanza che produce un effetto simile, come potrebbe essere, per esempio, il peperoncino. Se un rimedio omeopatico contiene in quantità rilevabile e misurabile (e non infinitesimale) un principio attivo antinfiammatorio per combattere una infiammazione, ci troviamo di fronte, incontestabilmente, a una cura allopatica di tipo fitoterapico. E allora, qualcosa non quadra, e questa azienda e tutta la medicina omeopatica ci stanno prendendo in giro.
Per cui, se ancora ci fosse bisogno di conferme, ci troviamo di fronte a una vera e propria bufala, offertaci su un piatto di argento dalla stessa Guna, perché si è spacciato per rimedio omeopatico un insieme di sostanze a base fitoterapica e con finalità allopatiche. Questo dato è talmente evidente, nella sua ridicola assurdità, che non siamo i primi ad accorgercene, nonostante esso sia abilmente mascherato.
Gli unici che riescono a ignorare con disinvoltura questa dimostrazione incontrovertibile di violazione dei principi della ricerca scientifica, di quelli deontologici medici, di quelli su cui si regge il se pur fragile impianto teorico della stessa omeopatia, sono naturalmente gli omeopati. I quali, nella loro ignoranza e arroganza, sono talmente forti e sicuri di farla franca, agli occhi della massa di persone che non hanno né la voglia, ne le conoscenze per comprendere facilmente quanto da noi esposto, che continuano a spacciarsi come moderni guaritori, seguaci di una setta paramedica che da due secoli mortifica l’intelligenza, lo studio e la ricerca scientifica.
In conclusione, lo studio è stato condotto senza il rispetto delle più elementari garanzie richieste dalla moderna ricerca medico-scientifica, e qualunque persona seria non si sarebbe mai sognata di elevarlo al rango di dimostrazione scientifica.
Il fatto che un estratto liquido, cioè una tintura madre diluita di una pianta la quale scientificamente possiede in maniera inequivocabile proprietà antinfiammatorie (allopatiche), sia iniettato per un numero di volte quattro volte superiori a quelle del corrispondente farmaco, dimostra soltanto, ma non ce n’era bisogno, che l’arnica montana ha, in forti dosi, una certa attività antinfiammatoria (allopatica). Ma qui siamo nel campo della fitoterapia, e non in quello della omeopatia. Nessuno dei criteri in base ai quali un rimedio possa dirsi omeopatico è stato qui rispettato: il rimedio agisce secondo l’approccio allopatico, e non quello omeopatico del simile; la diluizione non è infinitesimale, ma è una normalissima diluizione che permette di misurare perfettamente la quantità di principio attivo diluito; quanto alla dinamizzazione, essa è solo una pratica magica che gli omeopati aggiungono alla loro procedura per giustificare infantilmente, tramite la suggestione di uno scontro energetico di particelle, il fatto che il rimedio diventi magicamente efficace. Essa però, consiste semplicemente nello scuotimento del flacone contenente il rimedio, pratica ridicola e infantile, che nessuno al mondo può dimostrare produca un qualche effetto misurabile.
Quanto da noi esposto vale, a maggior ragione, per tutti i rimedi lanciati sul mercato da aziende di rimedi alternativi, dalle quali sarebbe venuto il momento di aspettarsi, dopo decenni in cui esse hanno approfittato della credulità popolare e dell’ignoranza di noi comuni cittadini, un definitivo chiarimento circa la reale e incontrovertibile utilità dei loro prodotti. Non ci interessa, e siamo mortalmente stufi, di sentirci ripetere continuamente che queste prove esistono, quando poi, come si vede, esse si riducono a queste ridicole e poco dignitose sperimentazioni. Né pensiamo che si possa continuare per molto a prendere in giro la gente ripetendo che la fisica moderna ha già confermato l’efficacia di questi rimedi, o altre simili assurdità.
Ci rendiamo conto che sia difficile, per chi non ha approfondito la materia e non ha una certa dimestichezza con la metodologia della ricerca e la filosofia della scienza, accettare che così tante persone stiano ingannandone molte di più da decenni, se non da secoli. Non pretendiamo, infatti, che si accettino le nostre posizioni, anche se esse non sono mai state oggetto di critica seria. Ci aspettiamo soltanto che qualcuno possa solo vagamente pensare che, forse, è possibile che ad aver ragione e ad essere dalla parte della verità siano quelli come noi che denunciano questi inganni, e la stragrande maggioranza della scienza e della popolazione mondiale, la quale, infatti, dimostra da sempre di utilizzare sistemi di cura seri e scientificamente fondati, e non quelli “alternativi”.
Come sempre, si attende cortese smentita, che, come sempre, non verrà. Quello che riceviamo, in questi casi, sono solo una serie di offese e insulti, corroborati da richiami a teorie scientifiche evocate a sproposito e senza conoscenza di causa, relativi alla nostra ristrettezza mentale. Come se farsi buggerare da secoli da teorie ridicole possa essere segno di apertura mentale. Non mancano mai, poi, coloro che si stupiscono del nostro accanimento nei confronti delle medicine alternative, come se il fatto che esse offendano da sempre la nostra dignità e intelligenza, illudendoci circa i loro effetti, non sia un motivo sufficiente di indignazione (specialmente, per chi, come noi, ha fatto della ricerca della consapevolezza e della conoscenza lo scopo della vita).
Il fatto è che la maggior parte di noi vive un vero e proprio senso di inferiorità nei confronti di chi si spaccia come scienziato o della classe medica. Il comune cittadino non osa neppure immaginare che uno studio apparentemente scientifico come questo possa essere una bufala, e che un medico possa essere talmente deficitario sul piano della apertura mentale e dell’intelligenza critica, da utilizzare cure magiche. Fidatevi di ciò che vi dice la vostra coscienza: da sempre è una esigua minoranza, anche se potente e rumorosa, che propaganda per interessi personali queste forme di medicina. Le quali sono quello che appaiono: una colossale bufala.
