
Prima di Newton, Galilei aveva già gettato le fondamenta logiche e razionali della ricerca scientifica attraverso l’elaborazione di alcuni dei principi di base del metodo sperimentale. Egli aveva notato che facendo rotolare una palla lungo un piano inclinato e poi su per un altro piano, questa risaliva e si fermava sempre alla stessa altezza, qualunque fosse l’inclinazione del secondo piano inclinato. Galilei ne dedusse che se questo secondo piano fosse stato posto in orizzontale, la palla avrebbe continuato a rotolare, teoricamente, per l’eternità, perché non avrebbe mai raggiunto l’altezza iniziale. Naturalmente, Galilei non poté mai dimostrare praticamente e direttamente che la palla avrebbe rotolato per sempre, perché qualunque esperimento mostrerebbe al contrario che, prima o poi, la palla sarebbe costretta a fermarsi. Eppure, nonostante l’impossibilità a fornire una prova diretta scientificamente corretta della sua ipotesi, egli dimostrò col suo esperimento un metodo che resta ancora oggi alla base del modo in cui possiamo correttamente organizzare la nostra conoscenza. Egli, infatti, capì che “
ci sono componenti essenziali del comportamento, da una parte e, dall’altra, influenze estranee o accidenti.” (Atkins, 2006, p.107 e segg.), che, nella fattispecie, sono rappresentati dall’attrito e dalla resistenza dell’aria.
Come applichiamo questo ragionamento a una medicina non scientifica? A mio parere il fatto che molte delle medicine alternative non offrano una spiegazione sul piano ontologico ed epistemologico, e cioè siano prive della possibilità di dimostrare scientificamente in che cosa consistano certi fenomeni e come giungano a produrre certi risultati, non costituisce inizialmente di per sé un motivo sufficiente di discriminazione e di esclusione dal novero dei fenomeni oggetto di ricerca scientifica. Ci basta, come diceva Newton, che un fenomeno funzioni secondo lo schema che risulta dalle nostre osservazioni, senza eccezioni (o salvo eccezioni che siamo in grado di riconoscere e di controllare) e che produca, nelle stesse condizioni precedentemente osservate, gli stessi effetti misurabili (Fisher, 1997).
In altre parole, la conoscenza dell’esistenza e delle modalità di attuazione del trucco di un prestigiatore non è interessante per il pubblico (dato il contesto e la finalità del fenomeno, che è quella di sorprendere e basta): a quest’ultimo basta che il prestigiatore sia in grado di estrarre il coniglio dal cappello. Chi scrive, per esempio, non ha la minima idea del motivo grazie al quale, premendo alcuni tasti del mio computer, si formino le parole sullo schermo. Mi basta che funzioni. Anzi, per quanto io sono in grado di comprendere il processo di funzionamento sottostante, potrebbe anche trattarsi di pura magia. E a dir la verità, non mi interessa assolutamente niente saperlo. Lo stesso vale probabilmente per la maggioranza dei miei lettori, qualora si chieda loro di spiegare la causa e il processo di funzionamento della loro automobile, della lavastoviglie, del loro cellulare.
Quello che però tutti noi pretendiamo, compresi i sostenitori delle medicine alternative, e che differenzia la scienza dall’esoterismo e dalla magia, è che pur non comprendendo la modalità di funzionamento di uno strumento, questo funzioni per come deve funzionare, al momento giusto e nel modo giusto.
In tutti questi casi (il trucco del prestigiatore, il computer o qualunque apparecchio tecnologicamente avanzato), se pur chi utilizza un certo strumento o ne fruisce può non conoscerne le modalità di funzionamento interno, ma solo la procedura standard perché esso produca l’effetto voluto, esiste sempre un certo numero di persone in grado di spiegarne le caratteristiche ontologiche ed epistemologiche, cioè di cosa sia fatto quello strumento, quali siano i suoi componenti e come possano produrre il risultato per cui sono stati realizzati.
Il problema, però, è che negli esempi riportati ci siamo riferiti a effetti che si producono in seguito alla realizzazione, da parte dell’essere umano, di strumenti ideati e costruiti appositamente per produrre un certo effetto voluto. Nel caso delle medicine alternative, invece, gli effetti che si producono sono stati prodotti dalla natura e l’essere umano li ha solo scoperti. In questo caso le modalità di funzionamento di questi strumenti passano in secondo piano, perché inizialmente sconosciute, rispetto alla valutazione dei risultati.
Il problema, però, non è così semplice. Perché se inizialmente possiamo accontentarci dei soli risultati, il nostro imperativo cognitivo (Newberg, d’Aquili, 2003) ci spinge a chiederci, perlomeno, per quale motivo un certo fenomeno non funzioni in certe situazioni. Perché un certo fenomeno possa essere efficacemente utilizzato, è necessario che esso risponda, o tenda a rispondere, alla sintetica formula su cui si fonda il metodo scientifico: “Se A (explanans, la causa), allora e sempre B (explanandum, l’effetto): il rapporto tra A e B è di tipo necessario. Se questo rapporto non è necessario, allora nessuno potrà mai prevedere se un certo effetto voluto si produrrà a seguito di una certa azione. In questo caso, compito dello scienziato è quello di indagare in ordine agli insuccessi, in modo da garantire una maggiore affidabilità pratica delle nostre azioni. Nel campo delle medicine alternative ciò non avviene e nessuno indaga sugli insuccessi ma tutti preferiscono evidenziare i loro successi. Questo atteggiamento fa sì che, a tutt’oggi, nessuno sappia quali malattie o disturbi curino le medicine alternative, e in quale percentuale esse producano l’effetto desiderato.
Quando ci occupiamo della cura della nostra salute, nonostante per lievi disturbi possiamo curarci con l’auto prescrizione, diventa indispensabile in tutti gli altri casi che chi ci cura conosca nella maniera migliore possibile la situazione e le modalità di azione della cura che ci propone. Anche quando la medicina scientifica non comprende esattamente i meccanismi che conducono a un certo risultato, proprio per questo motivo indaga e ricerca la spiegazione del funzionamento.
Il fatto che una certa terapia debba essere accettata e applicata per il solo fatto, inspiegabile scientificamente, che essa “funziona”, è evidentemente un limite per il progresso della conoscenza. Questo atteggiamento infatti impedisce di indagare sul motivo per cui essa funziona, e specialmente sul motivo e sui casi in cui non funziona. Non è essenziale, a questo proposito, che una certa terapia funzioni sempre. E’ però essenziale che essa non funzioni per un semplice calcolo di probabilità, in una minima percentuale di casi.
Come spiega molto efficacemente Bara, il criterio della ripetibilità dell’esperimento è “ ciò che separa la medicina dalle altre pratiche terapeutiche dove i risultati non si sa come siano stati raggiunti….Solo se si sa come un risultato sia stato raggiunto, infatti, si potrà ottenerlo di nuovo, altrimenti per ogni successo pubblicizzato ci saranno sempre un numero indefinito di fallimenti occultati” (Bara, 2000, p.89). L’adozione di questo criterio, che insieme a quello dell’intersoggettività distingue la pratica terapeutica dalla magia, costituisce innanzitutto una garanzia materiale ed etica di rispetto verso la persona bisognosa di cure. Non è accettabile infatti proporre una qualsiasi cura senza sapere se, quando, quanto essa funzioni, oltre al motivo per cui può non funzionare, salvo che essa costituisca l’ultima risorsa disponibile dopo aver esaurito tutte le altre. Ma non è mai questo il caso delle medicine alternative, le quali non sono mai utilizzate, se non da ciarlatani, per la cura di vere e proprie malattie. Certamente, anche la medicina allopatica non offre assolute garanzie, ma essa è impostata proprio sulla ricerca delle possibili cause di fallimento, in una continua tendenza al perfezionamento.
In pratica, il primo motivo che impedisce alla medicina alternativa di poter essere presa in considerazione, non solo e non tanto dalla comunità scientifica, ma dai suoi stessi potenziali fruitori, è che essa si fonda su ipotesi e affermazioni indimostrate e indimostrabili, proprio come l’esperimento di Galilei. Ma a differenza di quanto quest’ultimo ha fatto, non è in grado di fornire alcuna spiegazione dei motivi e delle cause che possono falsificare l’ipotesi e la teoria proposta. A differenza della medicina scientifica, quella alternativa non si preoccupa proprio dei casi più importanti, cioè dei suoi fallimenti, delle situazioni in cui “non ha funzionato”. Anzi, neppure le prende in considerazione. Così facendo, impedisce la ricerca e la conoscenza del fenomeno, perché, come direbbe Popper, non è tanto importante registrare e proclamare l’ennesimo caso di successo della terapia alternativa, quanto valutare e comprendere perché, come, quando, in quali condizioni e quali cause abbiano condotto al fallimento, cioè in quali situazioni la terapia non funziona.
Questo è ciò che Galilei, ben cinque secoli fa, ci ha insegnato e che ha permesso il progresso, non solo scientifico, dell’umanità. Egli non si è limitato a esporre un’ipotesi, ma ha indagato e spiegato quali fossero gli impedimenti, le influenze estranee, le cause che, in certe situazioni ben definite, impediscono alla sua teoria di “funzionare”. Così fece Newton, e i fisici che dopo di lui si occuparono di studiare il fenomeno della gravità, il quale non si limitò ad enunciare una teoria, ma pur non essendo in grado di spiegare le cause del fenomeno che osservava, cercò di fornire una spiegazione, razionale e plausibile e sperimentalmente verificabile e ripetibile, di tutte le “eccezioni alla regola”. Egli non si limitò ad affermare grossolanamente che tutti i corpi cadono, ma pur non riuscendo a dimostrarne il motivo, cercò di arricchire questa osservazione spiegando non perché lo fanno, ma perché corpi di massa e forma diversa cadono in maniera e a velocità diversa, o apparentemente diversa, attribuendo un ruolo alla resistenza dell’aria, alla sua diversa composizione ecc.
Enunciare una teoria e poi metterla alla prova, valutando successi e insuccessi e le loro cause, è la base del metodo che in fondo governa la nostra convivenza civile, eliminando superstizioni ed errori cognitivi che sono di ostacolo al progresso della nostra conoscenza.
Si consideri che l’aspetto paradossale di tutta la questione è che alle medicine alternative non si chiede neppure questo. Dato che la vita e la salute di nessun paziente al mondo è mai dipesa dalla disponibilità di una cura alternativa, a tutti noi basterebbe solo che quest’ultima funzionasse. Ma è necessario, perlomeno, che essa dimostri se funziona davvero, in quali casi e con quali probabilità di successo. In altre parole, possiamo fare un’ eccezione e attribuire alle medicine alternative il privilegio di non essere tenute alla dimostrazione scientifica del modo in cui esse agiscono, e limitare l’applicazione del metodo scientifico alle sole modalità di rilevazione dei risultati delle terapie, ma almeno questi ci devono essere garantiti. In questo senso, per esempio, non ci importa che ci venga fornita la spiegazione del fatto che una serie di aghi piantati in certe parti del corpo produca un certo effetto terapeutico, ma dobbiamo essere certi che questo effetto, e non un altro, si produca in tutte le situazioni volute. In una prima fase di ricerca, può anche non essere indispensabile sapere perché le cose accadono, ma solo se accadono. Invece, tradendo la fiducia che da sempre l’umanità ha concesso alle medicine alternative, concedendole questa forma di immunità rispetto alla totale sottoposizione al potere del metodo scientifico cui invece la medicina è legata, esse rifiutano costantemente di fornire persino la dimostrazione scientifica del fatto che esse producano effetto sulla salute.