I vegani e lo sfruttamento animale
L’ideologia vegana fondamentalista si fonda su alcuni dogmi privi di fondamento logico e scientifico. Il primo è quello secondo il quale deve essere evitata in maniera assoluta qualsiasi forma di sfruttamento di animali, in quanto esser viventi. I vegani mostrano di considerare il mondo vegetale, quindi, come composto di materia inorganica.
Ma anche tra gli esseri viventi che appartengono al mondo animale i vegani mostrano una sorprendente discriminazione tra essi, ossia tra quelli sacrificabili e quelli da tutelare a tutti costi.
Innanzitutto, sono perfettamente sacrificabili tutti gli animali senzienti che servono da mangime per i gatti, animali carnivori obbligati, e che fanno parte spessissimo dell’iconografia e dello stile di vita vegano. Tutte le gentili signore vegane che costringono un gatto a vivere in casa con loro, non si fanno alcun problema etico nel comprare, pagandolo a peso d’oro, mangime per i loro animali costituito di carne o pesce di animali senzienti. Per un bambino umano che cresce, un vitello non deve mai essere ucciso, per il gatto di casa, invece, non c’è nessun problema a sacrificarlo.
Come ammonivano i maiali di Orwell che avevano preso il potere, nella sua celeberrima “fattoria degli animali”, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali”. Per i vegani, solo gli animali che essi definiscono senzienti meritano di essere tutelati. Essi dimostrano così di ignorare le risultanze inequivocabili della ricerca scientifica (si legga, per esempio, quanto afferma Stefano Mancuso) secondo la quale gli organismi vegetali, specialmente dal punto di vista sensoriale, sono spesso molto più progrediti, evoluti e sofisticati di noi. Quello cui i vegani si riferiscono, invece, condizionati da una mentalità infantile, è solo il fatto che, secondo loro, gli animali che urlano, emettono suoni o si dibattono quando soffrono sarebbero senzienti. Gli altri, no.
Perchè, sia chiaro, ai vegani fondamentalisti non interessa per nulla la difesa di valori morali: i vegani fondamentalisti sono semplicemente persone psicologicamente ed emotivamente deboli, le quali scaricano e trasferiscono sul mondo degli animali (non tutti, per carità) le loro paure, i loro traumi, la loro sofferenza legata all’empatia per la sofferenza altrui, che è in gran parte la propria. Un vegano, a differenza di un animalista, non si cura degli aspetti ideologici, filosofici, scientifici legati ai diritti degli esseri viventi e al valore della vita. Quello che a loro interessa è solo, infantilmente, non vedere animali che soffrono, perché macellati, maltrattati, torturati per qualsiasi motivo. Il che è esattamente ciò che vogliono tutti gli esseri umani ragionevoli, non solo i vegani. Per sentirsi – infantilmente – coerenti, essi consumano solo alimenti vegetali, senza sapere che anch’essi nascono dallo sfruttamento di forme di vita animali, e che il consumo di alimenti vegetali significa necessariamente soppressione di tali forme di vita. A quanto pare, per i vegani, non degne di tutela e di diritti.
Nessuna persona ragionevole può affermare la liceità del maltrattamento di animali, e chiunque è evidentemente favorevole ad evitare inutili sofferenze e, possibilmente sofferenze tout court a tutti gli esseri viventi. Per i vegani, però, il problema si pone solo per gli esseri “senzienti”, perchè essi sono semplicemente turbati, più di altri, da episodi, esperienze e conoscenza di sofferenze di animali.
Ma chi sono, allora, questi animali non senzienti?
I batteri, per esempio. La vita sul pianeta non sarebbe possibile senza i batteri, (il microbiota che abita il nostro organismo, non solo a livello intestinale) e tutti i microorganismi che sintetizzano sostanze utili per la nostra sopravvivenza.
Paradossale è il fatto che proprio la soia, per esempio, uno degli alimenti simbolo della KontroKultura vegana, sia un alimento considerato di pregio e di valore nutrizionale superiore, senza che i vegani si rendano conto che, come altre leguminose, le radici di questa pianta sono porose, e ospitano i cosiddetti rizobi, batteri che vivono in simbiosi con la pianta e che sono in grado di fissare l’azoto, permettendo alla pianta di assorbirlo. Poiché l’azoto è il componente di base delle proteine di cui la soia, come altri legumi, sono ricchi, la loro ricchezza proteica è possibile proprio in virtù della presenza dei rizobi radicali. Il batterio che vive in simbiosi con la soia è il Bradyrhisobium japonicum.
Questo rapporto di sfruttamento reciproco è così forte che la soia deve essere coltivata in un terreno dove è già stata coltivata, perché se in quel terreno non è presente il batterio simbionte la pianta non crescerà, a meno che il batterio venga prima inoculato nel terreno.
Quindi, la soia sfrutta i batteri per poter sopravvivere e riprodursi, mentre i vegani che sopprimono la pianta di soia per nutrirsi, uccidendola, sono, a quanto pare, assolutamente estranei ad ogni responsabilità legata al concetto di “sfruttamento”.
Del resto, è un fatto che i vegani si nutrono di vegetali, ossia forme di vita senzienti, che sopprimono, e i vegetali possono vivere solo sfruttando forme di vita animale (ciò che i vegani ripudiano), senza le quali non potrebbero sopravvivere e l’intera vita sul pianeta sarebbe impossibile. Si pensi, banalmente, al ruolo degli uccelli e degli insetti, ma anche di animali di ordine superiore, che svolgono inconsapevolmente il ruolo di fecondatori, impollinatori, difensori delle piante rispetto a parassiti e aggressioni esterne di animali, diffusori di semi e di vita nell’ambiente.
Certo, resta un ultima forma di difesa praticabile dai vegani: “gli animali non hanno una coscienza, gli esseri umani sì: essi non possono fare a meno di sfruttare i vegetali, e i vegetali non possono far a meno di sfruttare le forme di vita animali, mentre gli esseri umani possono scegliere“. Vero. Resta il fatto che una vera scelta è quella che permetta di ottenere il miglior risultato possibile in termini di utilità, individuale e sociale, producendo i minimi effetti indesiderati. La scelta vegana (da non confondere con una scelta ambientalista) non sembra produrre nulla di tutto questo, costringe a vivere la propria vita consultando tabelle nutrizionali e verificando continuamente il proprio profilo metabolico, specialmente dal punto di vista della disponibilità di vitamine e altri micronutrienti ( la vitamina B12) e a limitare in maniera drastica la propria libertà di scelta alimentare, costringendo il prossimo a farsi carico ed assecondare le loro scelte.
Al ristorante, o anche in qualsiasi situazione di convivialità tra amici o conoscenti, i vegani impongono le loro scelte agli altri giustificandole con una superiorità morale malcelata. Il loro prossimo, quindi, deve attivarsi per assecondarli con costi e attenzioni personalizzate che sono giustificate solo da scelte che, peraltro, possono essere, e, spesso, non sono condivise.
Per comprendere il significato del costo, in termini di attenzione rivolta ai vegani, si pensi a come altri potrebbero altrettanto legittimamente, nella stessa situazione di consumo alimentare, pretendere l’insonorizzazione dell’ambiente, dal momento che i rumori sono per essi particolarmente sgraditi, fonte di stress e di conseguenti disturbi, e, oltretutto, testimoniano una mancanza di sensibilità verso le persone che li patiscono in maniera superiore alla media. Oppure, persone dalla sensibilità artistica di livello superiore potrebbero chiedere di staccare dal muro dipinti di scarso valore artistico e che offendono la loro sensibilità artistica, se è vero che la qualità della vita è legata anche agli effetti sulla psiche di ciò che ci circonda.
In più, oggettivamente, gli esseri umani, oltre a una coscienza, hanno anche capacità di valutazione della realtà, dei loro bisogni e dei loro desideri e piaceri ben più sofisticate di quelle degli animali, ai quali basta, per esempio, sfamarsi. Fino a che l’alimentazione umana non potrà fare a meno di questa catena di sfruttamento e soppressione di forme di vita (evenienza auspicabile), quella vegana resta una ideologia che costituisce solo un alibi per permettere a persone psicologicamente deboli di considerarsi una categoria superiore moralmente, e quindi soddisfacendo un infantile bisogno di attaccamento. Ma questo è un argomento molto più complesso, che affronteremo con il corretto approfondimento all’interno delle lezioni delle nostre scuole di Alta Formazione.

